Bisognerebbe metterci un punto, prima o poi. Perché si arriva a un limite estremo in tutte le cose: si arriva fino al punto di rottura e poi, appunto, tutto si rompe e si crea una situazione diversa.
Il paragrafo qui sopra è volutamente del tutto generico e si potrebbe applicare alla politica internazionale, alla tua routine di fitness o al consumo di combustibili fossili. Invece qui parliamo di musica e da un po’ di tempo stiamo meditando sul curioso caso di Reggio Emilia, aka ex Hellwatt, aka Pulse Of Gaia, aka come ti annullo i concerti di Kanye West e Travis Scott (se sono il prefetto).
Ora: cerchiamo di mettere un punto fermo. Può essere un bene se eventi musicali di grande portata si verificano nel nostro paese, per quanto discutibili possano essere i metodi, i personaggi coinvolti e a volte anche la qualità musicale complessiva.
Può essere un bene se si tratta di un’industria che in qualche modo si deve autoalimentare. Può essere un bene anche perché è evidentemente positivo se la gente ascolta musica e si muove e si emoziona per qualcosa che succede su un palco. Mette in circolo idee, ispirazioni, aspirazioni, creatività, cultura. Se è questo che fa. Ma ci arriveremo.
Prima però ricostruiamo in breve gli eventi.
Hellwatt: una storia curiosa
Come ricostruito da alcuni giornali che hanno seguito la vicenda passo passo, e segnatamente da Il Post che ha fatto report regolari sulla vicenda, il tutto ha avuto inizio lo scorso inverno quando sono circolati i primi annunci di un mega-super-iperfestival da tenersi nella sempre piacevole Reggio Emilia quest’estate, concentrato soprattutto su hip hop e musica elettronica.
E che hip hop (e che elettronica): Kanye West (o comunque si faccia chiamare ora), Travis Scott, e una serie di ulteriori personaggioni internazionali. Per esempio nella sola serata inaugurale a un certo punto la lineup comprendeva anche Wiz Khalifa, Ty Dolla $ign, Ice Spice, Offset e Baby Gang (a parte il piccolo dettaglio che Baby Gang al momento è al gabbio, ma sono quisquilie).
Tutta gente che sposta migliaia di persone ovunque nel mondo e di conseguenza milioni di euro, nonché che solleva concreti problemi di gestione se il tutto non è organizzato a dovere. Ed è un grosso “se”.
A ospitare il tutto sarebbe stata l’RCF Arena, ovvero quella specie di formicaio che abbiamo nella foto di apertura, ovvero quello che tutti chiamano “Campo Volo”, anche perché è stato il suo nome fino a pochi anni fa: è la location di concerti passati degli U2, di Ligabue, di Una, Nessuna, Centomila, di Harry Styles e, molto più di recente, di Elisa.
Quindi si tratta di piazza “comprovata”, ma ovviamente un concerto non è soltanto una location dove qualcuno si esibisce: soprattutto per eventi così importanti c’è un’infrastruttura che comprende contatti con gli artisti, management, logistica, comunicazione, sicurezza, discorsi tecnici e di acustica, collocazione e gestione di megaschermi e amplificatori, trasporti, ospitalità, cibo e bevande eccetera eccetera.
Una gestione complessa
Una gestione molto complessa e che richiede altissimi livelli professionali, perché basta che qualcosa vada storto (anche semplicemente le toilette che non funzionano, per fare un esempio) e un evento si trasforma in un insuccesso, come minimo, e in un disastro se va peggio.
Ciò significa evidentemente rivolgersi a qualcuno che garantisca esperienza, affidabilità, presenza. E’ stato così con Hellwatt? Forse non proprio.
La figura parzialmente misteriosa che è stata incaricata di gestire tutto questo è Victor Yari Milani che, a quanto riferisce il Post, era “alla prima esperienza in un evento di queste dimensioni e sconosciuto agli operatori del settore”. Tanto che a un certo punto il rapporto fra C.Volo, la società organizzatrice, e Milani, si rompe e quest’ultimo è allontanato dall’organizzazione di Hellwatt, che però è costretto a cambiare denominazione perché Milani è proprietario del marchio.
Tutto risolto quindi? Non proprio. Intanto, se si vuole sentire anche la campana di Milani, ci sono interviste, come quella fatta a Music Teller su Twitch e riportata su Allmusic, in cui difende il suo operato (e preannuncia querele). In più la ricostruzione della vicenda fatta da Damir Ivic su Soundwall punta il dito su parecchie altre responsabilità, tracimate fino agli esiti ultimi. Che poi ultimi: Hellwatt/Milani si è rifatto avanti dicendo che riprenderà in mano l’organizzazione del tutto.
Il problema del gigantismo
Comunque vada a finire la vicenda (spoiler: male) c’è un problema che va molto oltre la rassegna reggiana. Ed è un problema molto difficile da risolvere perché i grandi concerti fanno gola a tantissimi: organizzatori, sponsor, social, naturalmente fan, città ospitanti. E a ricaduta tutti coloro che di musica, in un modo o nell’altro, ci vivono.
Ma fanno davvero del bene al movimento nel suo complesso? Quanto di meglio ci dovremmo augurare per il settore è il megaevento con star straniere, super instagrammabile, che alimenta pochi per poco tempo, e che a tutto il resto del movimento lascia soltanto le briciole, schiacciando tutto lungo il proprio percorso?
Perché poi in termini di ricaduta veramente musicale c’è davvero pochissimo. Non starò a fare il vecchio e a citare adagi antichi, come quello secondo cui a vedere i Velvet Underground dal vivo ci andavano pochissimi, ma ognuno di loro poi fondò una band.
E invece l’impressione che si trae oggi da un concerto di proporzioni massime è che chi ci va, ci va principalmente per un desiderio alimentato dalla FOMO (ci vanno tutti e io no?), e torna a casa soddisfatto soprattutto per aver alimentato il proprio feed e aumentato il numero di followers. Figo eh? Però.
Non facciamo i duri e puri
Mai come oggi mi pare di avvertire una frattura totale tra musica e commercio della stessa. E non voglio neanche fare il duro e puro e dire che la musica con i soldi non c’entra niente. Intanto perché, in un modo o nell’altro, ci campo, quindi non è alieno da me il concetto di denaro associato all’arte.
Il problema è diverso. A me sembra che ci siano, come dire, due musiche diverse. Quella vendibile e quella no. Quella dei megaconcerti e quella dei concertini. Quella degli stadi e quella dei pub. Quella che ricava soldi dallo streaming e quella che deve fare un altro lavoro per campare.
Che ovvietà e che banalità? Non proprio. Nel senso che non è sempre stato così. Ma soprattutto: non dovrebbe essere così. Perché dei “concertini”, del sottobosco musicale, della fatica di chi suona (e di chi organizza) live nei posti piccoli poi fruisce anche la grande industria musicale, quella dei megaveneti, delle major, di Ticketone eccetera.
Calcutta, Lucio Corsi, Brunori, i Pinguini non è che vengono dalla Luna e ce li hanno portati nel mezzo degli stadi dall’oggi al domani. Si sono coltivati in mezzo a centomila difficoltà, senza supporti e senza megaeventi. Ed è bellissimo essere motivati, avere quella fiducia incrollabile in se stessi che ti porta fino a San Siro. Però sarebbe carino che almeno una parte delle risorse e dell’attenzione riservata ai megaeventi, che procurano sì guadagni, ma richiedono anche investimenti, fosse destinata a chi sta alla porta d’ingresso e cerca di entrare.
Ed è sempre più difficile entrare, perché è sempre più difficile suonare in giro: i locali chiudono a mazzi, quelli che ospitano musicisti indipendenti li sottopagano o spesso non hanno pubblico. Tribute band, cover band, stand up comedy, karaoke hanno sempre più spazio perché più semplici, più gestibili, meno impegnativi.
Nessuno rischia più: non rischiano i locali, non rischia il pubblico che ha tale e tanta roba (spesso anche robaccia) da vedere a casa che non ha voglia di uscire e di “rischiare” di scoprire una band nuova o un musicista nuovo. Del resto, magari poi su instagram se parli dell’artista nuovo che hai scoperto ieri sera non ti si fila nessuno. Invece se parli di Kanye West, sai quanti cuoricini?
Un problema di filiera
Be’ se la musica di nicchia non genera interesse è colpa della musica di nicchia, si direbbe. Sì e no. Perché è come dire che i giovani che non trovano lavoro oggi rimangono disoccupati perché non hanno voglia di lavorare. Siamo tutti figli del contesto.
E il contesto “favorisce” il megaevento oppure lo stare a casa. Tipo: presente tutta quella campagna di meme e di battute che dicevano quanto è giusto e bello rimanere a casa quando compi trent’anni e ti senti vecchio? Bravo, rimani a casa. Così sei più controllabile e non rompi il cazzo.
Il megaevento serve perché ti conferma un consumatore della grande industria. Rimanere a casa serve perché così ordini la pizza con Glovo, guardi Netflix, compri su Amazon, prenoti le vacanze e non stai in giro a fare rumore. Perfetto no?
Torniamo al nostro incipit apocalittico: il punto di rottura è arrivato o sta arrivando. I megaeventi cominciano a mostrare tutte le crepe ed è il caso di accorgersene. Ripensarli, riprogettarli, farne qualcosa di più umano e produttivo, meno di facciata e più di sostanza. Investendo il giusto e reinvestendo ciò che generano (quando lo generano) in infrastrutture che permettano anche alla musica “altra” di esistere.
Ma anche semplicemente per una questione di lungimiranza. Li volete i musicisti di domani, o pensate di campare sui soliti nomi per cent’anni ancora? Perché non ce la farete, ne sono abbastanza certo.

