Che cosa ci insegnano i 250mila di Ultimo #sottotraccia

Ultimo

Non credo possa risultare sorprendente per nessuno se su una testata come TRAKS non ci dichiariamo grandi fan di Ultimo. Le sue canzoni fanno proprio tutto quello che secondo noi una canzone non dovrebbe fare, e pure alcuni suoi atteggiamenti pubblici non hanno fatto niente, ma proprio niente, per accattivarsi la nostra simpatia.

Siamo anche fra i primissimi critici dei megaeventi: costosi, costruiti per spremere i fan, sempre più spesso organizzati malissimo, richiedono prove fisiche al limite dell’immaginabile per poi consentire di ammirare il proprio idolo da centinaia di metri di distanza, magari ingrandito da un maxischermo, perdendo proprio il senso che una performance live dovrebbe trasmettere. E da ciò che si è visto, soprattutto nei giorni successivi, dai racconti dei reduci, anche questo megaevento non ha fatto eccezione. C’è gente che sta ancora camminando per raggiungere la metropolitana, ed è mercoledì.

Perciò siamo di fronte all’ennesimo pippone che stronca l’evento di Tor Vergata? Sì e no. Nel senso: non è che di per sé il discorso sia ammirevole. Anzi, giorno dopo giorno emergono ulteriori magagne, dai parcheggi ai megaschermi che si spengono, fino all’intento di riutilizzare la location, palesemente inadeguata, per altri megaeventi.

Ma al di là di tutto: siamo qui per imparare. Cosa, nel dettaglio? A imparare come si costruisce una “comunità”, che è ciò che per i musicisti (e non solo) di oggi è ciò che l’oro era per i cercatori del Klondike (ok, questo paragone è un filo boomer, ma l’età è quella).

La costruzione della comunità

Perché, ragazzi, è tutto qui. Ci sono pochi e isolati casi nella musica italiana (e non solo), che hanno visto questo tipo di attaccamento viscerale tra chi fa musica e chi la ascolta. Prima di Ultimo, Vasco Rossi e Renato Zero, mi viene da dire. E i ragazzi del metal, che però giocano in un campionato a parte.

Ovviamente non è un discorso di qualità, e non ci metteremo a fare paragoni con questo o quel personaggio, cantautore, band. E’ una considerazione che investe un modo di comunicare, principalmente. Perché non è che Ultimo sia l’unico a fare un pop cantautorale semplice ma molto identitario. Potremmo fare 38 esempi, alcuni anche oggettivamente molto superiori, ma nessuno di loro “appiccica” quanto il ragazzo di San Basilio.

Quindi perché proprio lui? Non è una questione di successo social, evidentemente: il ragazzo su Instagram ha un profilo curato, come è ovvio che sia, con 4,2 milioni di followers. Sono tanti, ma non sono uno sproposito: Fedez ne ha 14 milioni (presumo che due consigli in merito dall’ex moglie e dai collaboratori abbiano giovato), ma una Alessandra Amoroso qualsiasi ne ha 4 millioni. Ma dubito che farebbe un soldout da 250mila persone, come dire.

Questioni di identità

Perciò i social sono importanti ma non sono tutto. Sanremo ha aiutato, ovviamente, anche quando non ha vinto e anche quando ha fatto polemiche (inutili sulle prime, ma evidentemente alla lunga hanno pagato).

Ma al di là di questo, conta l’identità. E l’identità di Ultimo è semplice, lineare, innegabile. Quello di Tor Vergata è stato “il raduno degli Ultimi”, cioè di tutti quelli che si sentono in qualche modo falliti, reietti, rifiutati. Quindi di persone che hanno trovato davvero risposte nelle canzoni di Ultimo. Vicinanza, empatia, identificazione, altre persone con cui condividere. Alla fine quello che cerchiamo tutti.

Non è necessario fare musica “come” Ultimo per essere percepiti come sinceri, come vicini. Alla fine Vasco si è creato una tifoseria/fan base larghissima e duratura facendo rock (!) in italiano (!) Anche lì c’è una componente di semplicità e di essenzialità del messaggio che ha agevolato l’identificazione. Ma qui non si tratta di portare centinaia di migliaia di persone per forza ai propri concerti.

Noi parliamo di musicisti indipendenti, grandi, medi, piccoli e piccolissimi, che cercano la propria strada su terreni sempre più infidi. Ci sono molti modi, diceva uno che se ne intende, per “arrivare” al proprio pubblico. Ma c’è un modo solo per costruirsi una carriera nel mondo, afflitto da centinaia di problemi, della musica oggi. Ed è costruire dal basso, come si fa nel calcio. Far capire a chi ascolta che, in fondo, fra chi sta sul palco e chi sta sotto, la distanza è del tutto illusoria.

Due scelte

Abbiamo due scelte, come sempre in questi casi: da una parte si può deridere, si può sbuffare, si può sminuire, si può criticare e in qualche misura è giusto farlo. Ma la seconda strada potrebbe essere più produttiva: capire.

Perché ragazzi, parliamoci chiaro: qua si fa fatica a riempire a volte locali con capienze minime e con artisti che hanno canzoni molto più intense, intelligenti, contemporanee di quelle di Ultimo. Ma non sarà sempre e solo colpa del pubblico che non capisce, no? Perché se no finisce che si fa come in politica, dove la colpa sembra sempre degli elettori che votano male.

Se invece si studiano un po’ i fenomeni si capisce come sia possibile attirare ancora le persone con la musica, coinvolgerle, farle sentire vicine e suscitarne la curiosità. Magari basta farle sentire un po’ meno sole: proviamoci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *