Ho incontrato Emanuele Colandrea poco prima del concerto, 25 gennaio 2026, nel cortile di Arci Bellezza, a Milano. La conversazione è partita dal suo nuovo disco, Due, che si inserisce come naturale continuum della sperimentazione sonora già avviata, nel precedente Uno.
Dopo Uno, ecco Due… Lo stesso testo musicato in due modi differenti… Come ti è venuta l’idea?
L’idea è nata durante la scrittura di Uno. In realtà, prendere i testi, smontarli e rimetterli in circolo con altre musiche è qualcosa che faccio da sempre. Non sono affezionato a quello che scrivo a tal punto da non toccarlo o rimaneggiarlo più, anzi, mi piace continuare a ricercare la formula magica perfetta per una buona canzone.
Hai definito Uno come “tutta la vita davanti”, mentre Due è per te “tutta la vita di fianco”. Interpreti queste frasi come uno slancio di crescita o come un cambio di prospettiva?
Per me più che di crescita è cercare di restare vivi e tracciare un percorso. Disco dopo disco, assisto al mio cambiamento nel modo di approcciarmi alla produzione e alla registrazione e sento in me un desiderio sempre crescente di sperimentare nuove strade. Uno è stato il mio approdo in questa direzione: avevo questa nuova avventura di fronte a me, dunque “tutta la vita davanti”, mentre ora è un percorso laterale a me, che mi è familiare e in cui sto scegliendo di rimanere.
Il disco appunto nasce da un’idea di brani dicotomici, in cui l’ascoltatore è invitato a scegliere. Come hai pensato di trasferire quest’idea insolita all’interno dei live?
Per il live, di fatto, ho scelto io. Ci sono alcune canzoni che porto nelle due versioni (Né in cielo né in terra e Tutta la vita davanti – ndr) però solamente perché utili a ricercare il sound del live, che ho scelto e ricercato con il mio gruppo.
Questo è il tuo secondo album interamente prodotto e suonato da te. Quali sono i pregi e i difetti di questa dimensione solitaria?
Sicuramente importante è la libertà totale: posso fare ciò che voglio, senza sensi di colpa e senza il rischio di scontentare nessuno. Mettermi in discussione è complicato, ma almeno non ho la difficoltà di gestire anche il rapporto con l’altro e le sue aspettative sul lavoro che inevitabilmente entrano in gioco in un progetto condiviso. Certo: avere punti di vista diversi è un vantaggio, sebbene non sia verità assoluta.
Mi congedo chiedendogli se avrà intenzione di pubblicare anche un Tre, domanda a cui risponde in maniera molto pungente: «mi sono accorto di una certa numerologia che lega gli anni di mio figlio al nome dei dischi, però un disco all’anno, fino alla maggior età mi sembra un po’ eccessivo», mi dice ridendo.
Il live all’Arci Bellezza
Il concerto inizia alle 21.15 con l’opening di Francesco Pintus. Il suo brano inedito Nuvole riesce subito a creare un coro spontaneo, con la sala che canta compatta. Alle 21.45 sale sul palco Colandrea, accompagnato da Fabio Giandon e Corrado Maria De Santis alle percussioni. I suoni sono curati da Virginia Faraci, le luci da Alberto Bellucco.
L’atmosfera è romantica, intima e in fondo alla sala ci si abbraccia e ci si bacia. Il live è forte, pulsante, suonato in modo prezioso. Colpisce la verità dell’esecuzione e la complicità tra i musicisti, evidente anche nei momenti di stacco, fatti di grida, scherzi, piccoli gesti che raccontano una complicità di molti anni che si fa viva sul palco.
Colandrea definisce il concerto come “un po’ di malinconia, a mazzetti” e non ha torto: in alcuni momenti la musica arriva come un’onda sonora verso il pubblico, calda e accogliente ma nonostante i sorrisi, prevale la nostalgia. Sul palco, l’uso di loop ed effetti è centrale e chitarre e sintetizzatori si intrecciano in una trama densa ma mai fredda.
La scaletta attraversa gran parte del suo repertorio, con Sabbia e cemento, Ok Emanuele, Né in cielo né in terra nelle sue due versioni, Leda, A forza di essere gente, Con le mani nella guerra, Stai attento, Tutta la vita di fianco proposta in entrambe le declinazioni e introdotta con ironia, fino a brani come Nascondigli per i cani, accolta con un sospiro di meraviglia che attraversa la sala. È chiaramente una delle canzoni più amate e anche una delle mie preferite. Il concerto si chiude lasciando l’impressione di aver assistito a qualcosa di autentico, senza sovrastrutture. Colandrea emerge per quello che è: ruvido, onesto, ironico, profondamente umano.

