Gianni Denitto: esperienze in terre lontane

Gianni Denitto è un sassofonista torinese da sempre appassionato di improvvisazione jazz, world music, elettronica e sound design. Da qualche tempo è uscito il remix pack di KĀLA, il terzo album pubblicato dopo tre anni di un tour intensissimo, che ha toccato i quattro angoli di mondo, nato dalla collaborazione di Denitto con musicisti di ogni parte del mondo. Un percorso musicale e geografico che accompagna gli ascoltatori in un viaggio che unisce la darbuka marocchina al balafon di Dakar, la monodia dei raga indiani all’improvvisazione jazz.

Su quali basi nasce questo disco? E perché la necessità dei remix?

Kāla parla di esperienze in terre lontane, di scambi culturali, di incontri, ogni brano è dedicato a una nazione in cui ho vissuto, è una storia a sé. L’ospitalità, l’apertura al diverso e la voglia di scoprire sono le basi del disco. L’avventura all’estero, tra concerti e insegnamento in Paesi come India, Cina, Senegal, è durata 3 anni.

Dopo l’uscita di Kāla ho voluto sentire le mie storie raccontate in un altro modo, con altre voci, e staccarmi dalle versioni originali. E’ così che è nata l’idea dei remix. Le storie sono un po’ cambiate, come cambia qualsiasi storia quando i “narratori” hanno la più assoluta libertà di reinterpretare e filtrare il flusso, l’intreccio, le atmosfere, ognuno con un personale filtro. Insomma, si tratta di una contaminazione nella contaminazione

Mi sembra che oltre alla geografia, sia fondamentale anche la scelta della contaminazione già a partire dai collaboratori, che non hanno quasi mai un’origine “nazionale” univoca. Immagino sia stata una scelta. Ma quanto è stato difficile tenere insieme il tutto?

In ogni Paese che ho esplorato ho conosciuto musicisti fantastici, che ho voluto coinvolgere. E’ stato tutto naturale e piacevole perché la struttura del disco era già chiara: un brano per ogni esperienza, per ogni nazione. Con alcuni artisti ho dovuto lavorare a distanza purtroppo. Roots by Nature e Masia One, per esempio. Hanno inciso le voci nei loro studio dopo aver inviato le basi di sax e elettronica.

Altri hanno lavorato direttamente con me, come per esempio Djiby Diabate e Ibou Calebasse in una sala registrazione di Dakar, incidendo rispettivamente il balafon e la calebasse, una enorme zucca usata come percussione, in Touki Bouki. In realtà, il filo conduttore che è la traccia sotterranea del disco, e cioè la contaminazione, è stato talmente forte che tenere insieme storie ed esperienze così diverse e solo apparentemente lontane è stato quasi naturale.

Paradossalmente da questi remix il genere che esce meno penso sia il jazz. Anche questa è stata una scelta oppure opera dei “remixatori”?

La base di partenza, il disco orginale, è un mix di elettronica, world music e jazz. I remixatori arrivano da altri mondi e hanno scelto di interpretare i brani originali secondo il loro stile, e sono contentissimo del risultato raggiunto. La mia anima jazz viene fuori soprattutto dal vivo, perché suono i brani in una maniera sempre diversa, faccio vibrare di più il sassofono e aggiungo assoli nei brani. Mi piace esplorare generi diversi: nel mio percorso artistico, prima di essere riconosciuto come jazzista, ho suonato musica classica in orchestra, elettronica e rock con diverse band. 

Vista la tua esperienza tra tour e collaborazioni, penso di poterti fare una domanda un po’ estrema: qual è il paese più interessante del mondo, a tuo giudizio, in questo momento, dal punto di vista musicale?

In questo momento la scena musicale che più mi interessa è quella inglese. Negli ultimi anni si parla di UK jazz reinassance, un movimento formato da una nuova generazione di musicisti preparatissimi che, per usare le parole di Raffaele Costantino, “studiano jazz in accademia e vanno a ballare nei club la sera”. Kokoroko, Comet is Coming, Yussef Kamaal, Ezra Collective, per citare alcuni esempi.

Sono in contatto con alcuni di loro, stanno facendo bellissima musica e una splendida carriera, riuscendo ad attirare pubblico di tutte le età, anche giovanissimi. Suonano in festival jazz ma anche in festival di musica elettrononica. Il groove è l’elemento principale in questo jazz contemporaneo che spacca. 

Quali saranno i tuoi prossimi passi?

Il 13 dicembre uscirà un ep con i T.U.N. , Torino unlimited Noise, nuovo progetto in trio con Fabio Giachino ai synth e Mattia Barbieri alla batteria.

Sono musicisti jazz fantastici, amici da tempo, con un’apertura mentale come la mia verso altri generi. Questo trio è in equilibrio soprattutto tra jazz e techno.

Il prossimo disco a mio nome invece è in preparazione. Sto affrontando un altro lungo viaggio, stavolta non in giro per il mondo: il viaggio interiore. Alla soglia dei 40 anni sento l’esigenza di guardarmi dentro, cercare di conoscermi più profondamente, senza tralasciare la parte più scura. Una linea d’ombra tra la giovinezza e l’età adulta da affrontare in musica.

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