Giuse The Lizia, “MDMA (Mica Dobbiamo Morire Adesso)”: la recensione

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Giuse The Lizia, “MDMA (Mica Dobbiamo Morire Adesso)”: la recensione
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Giuse The Lizia pubblica il nuovo album MDMA (Mica Dobbiamo Morire Adesso): una generazione che vive con la sensazione costante di dover stare al passo, di non poter perdere tempo, di dover essere già adulta mentre sta ancora cercando di capire chi vuole diventare.

È da questa questa inquietudine che prende forma, il nuovo album, pubblicato da Maciste Dischi. Un titolo che nasce da una frase diventata negli ultimi mesi un piccolo mantra personale per l’artista e che racchiude il senso di un disco profondamente legato al presente: la necessità di rallentare, di concedersi il tempo di crescere, sbagliare, cambiare idea e capire chi si è davvero.

“Mica Dobbiamo Morire Adesso” è una frase che negli ultimi mesi ho ripetuto a me stesso e ai miei amici. Mi sembra che siamo tutti quanti un po’ presi dall’ansia di dover capire tutto, di stare al passo, di non perdere tempo. Come se ci fosse sempre qualcosa che ci corre dietro. Credo che ogni tanto bisogna ricordarsi che il tempo ce l’abbiamo, e che non è detto che dobbiamo avere già tutte le risposte. L’acronimo di questo claim richiama ovviamente l’MDMA, una sostanza che nell’immaginario comune rende più felici, rilassati, empatici e in pace col mondo: mi piaceva l’idea di mettere insieme queste due cose.

Nel disco ho provato a raccontare me stesso come faccio sempre, scrivendo semplice e cercando di descrivere fedelmente la realtà che vivo: l’amore, che forse è la cosa che attraversa di più le vite di tutti, e che a volte le squarcia e a volte le cura. Ma anche l’insicurezza, la nostalgia, l’ansia, il lavoro, i soldi e la sensazione costante di inadeguatezza. Questo disco l’ho ragionato e curato molto, anche dal punto di vista sonoro. Avendo lavorato negli ultimi 3 anni con più produttori, le canzoni hanno varie anime, vari suoni, ma c’è una concetto di fondo che le unisce tutte: mica dobbiamo morire adesso

Giuse The Lizia traccia per traccia

Questioni romantiche e mortali per Tiro dopo tiro: un’immagine molto cinematografica cattura l’attenzione, al centro di una ballad molto morbida, che parla di domande stupide, ma anche di orgasmi e della ricerca di un lieto fine.

Invece Vorrei essere un po’ più alto allinea una serie di desideri che contrastano a volte con la realtà, a volte con le aspettative della gente. I ritmi sono alti e le sonorità virano sul sintetico, quasi dance. Le hit, Sanremo e il ritorno di una storia finita stanno fra ciò che si vorrebbe, ma siamo tutti sulla stessa barca e non si sa dove sia diretta: “Vorrei essere me stesso, però chi sono?“

Capossela tempo fa voleva la bodyguard, Giuse la traduce in italiano ed ecco Guardia del corpo: pianoforte e sound vagamente vintage, a cantare quanto è stronza la vita. Anche assolo di chitarra finale (si può dire “alla Lucio Corsi”?) per dare un tocco ulteriore al brano: fosse andato a Sanremo, questo sarebbe stato un pezzo adatto, per dire.

In effetti Palermo ha qualche cupola in più di Los Angeles, per lo più sul rosso: Giuse confeziona un pezzo dai sapori urban e un po’ notturni, con una certa morbidezza di fondo. C’è Ariete a duettare su Meglio del peggio: sogni che si sono spenti, autosabotaggi e attacchi di panico forniscono il contenuto della canzone. La possibilità di rovinare tutto in un attimo paralizza e terrorizza, in un brano gentile e soffice.

Ci sono risonanze r&b e soul in Veleno, che ondeggia e fa qualche citazione (la mia signorina) mentre affronta la quotidianità cercando qualche soluzione, magari chimica. Un po’ più giocosetta Su x giù, che affronta discorsi di coppia con animo allegro nonostante le difficoltà (e infatti alla fine non sembra finita benissimo).

E d’improvviso Giuse si trasforma in Tutti Fenomeni: “Lo Stato italiano non vuole che ci droghiamo/ma per non farlo non ci ha mai dato un motivo buono”. Musica x ricchi è un pezzo con retrogusti di politica, di tossicità di varia natura, di attualità, estremizzando ed esponendo le proprie posizioni in maniera inequivocabile, su ritmi molto accelerati, con un flusso continuo e molto denso di contenuti.

Anche più veloce Istruzioni, che offre uno spaccato rapidissimo di vita quotidiana riempiendo casse e testi, con molta sincerità: “Odio la musica finta e pop/però la faccio da cinque anni/odio l’industria, ma solo un po’/paga l’affitto, i dischi, i taxi” E quando si parla di violenza, di polizia, di Licio Gelli (ma anche un letto a due piazze per 900 euro) il brano sembra risuonare dal mezzo di una piazza durante una manifestazione di questi giorni.

Rallenta decisamente Monotonia, anche qui alle prese con una storia di cui si teme la fine. E chiude su note molto morbide anche I nostri anni migliori, ricchissima di nostalgie e malinconie assortite.

Tutto potete dire della Gen Z, tranne che non sia capace di cantare le proprie debolezze. E Giuse The Lizia è particolarmente versato in questo, fin quasi a farsi male da solo. Ma oltre a questa caratteristica particolarmente evidente, c’è anche una qualità totalmente da cantautore, a dispetto del fatto che le canzoni siano perfettamente inserite nel contemporaneo.

Le ballads nel disco sono molte e tutte di buon livello, anche se a parere mio il ragazzo dà il meglio quando butta via lo zucchero e appoggia lo sguardo, lucidissimo a dispetto dei “consumi” dichiarati, sulla realtà.