Lamine, “Fast Food”: la recensione

Lamine

Veloce e feroce, il mondo non dà tregua e non permette di fermarsi un attimo. O ti fai divorare o divori. Anche se a volte ti accorgi di divorare spazzatura. Ma senza per forza citare sempre “quel” De André del letame e dei diamanti, anche divorando spazzatura si può dar vita a nuovi fiori: questo è il tentativo alla base di Fast Food, il nuovo album di Lamine.

Lontana dalle scene da qualche anno, Viviana Strambelli ha messo in pausa il proprio progetto, ma nel frattempo ha recuperato le energie necessarie a ripartire: sei canzoni e un segno profondo, che getta scompiglio ma può accendere più di una luce.

Lamine traccia per traccia

La voce di Lamine scivola sulle sonorità elettroniche ma anche già strazianti di Tritacarne: si parla di montagne altissime e di un cuore da sollevare, mentre il beat si fa ora martellante ora più meditativo. La carne (la nostra) si trasforma, in vista di obiettivi imperscrutabili.

Forme plastiche sonore aprono Secondo Disco: qui le parole rotolano fuori di bocca in modo quasi continuo, quasi rap. Le vicende della vita e della discografia si intrecciano in un caleidoscopio in movimento eterno, probabilmente senza speranza.

Voglio morire se non vivo come dico io“: ispirato all’immaginario di Andrea Pazienza, il brano seguente è Pentothal, metà filastrocca metà incubo. Si finisce per fare domande a Dio, che però non risponderà.

Sembra un suq, e invece è Roma: il cielo è bello e la luce dorata, la battaglia è finita, è tempo di incominciare qualcosa di nuovo, anche se siamo consapevoli che tutto finisce in niente. Le immagini della Città Eterna sono fugaci e si susseguono, tra il presente e la Magnani, ma è una città spietata, senza speranza.

Quasi per conseguenza, ecco Iononhoundio, affermazione senza spazi e canzone dal passo pesante e dalle risonanze profonde. La sofferenza cammina lenta in un brano che gira attorno all’affermazione “Io non ho un dio/basta che mi ami/diventi il mio”: quasi una resa, quasi un motivo di resistenza.

A chiudere, Tu spezzi le ali agli angeli la mattina, in cui il violino (presenza quasi costante nel disco) prende il volo in un brano che si muove piano e con dolore. Un senso di sospensione nel quale si tuffano parole e sensazioni, cercando di sopravvivere a un mondo senza poesia.

Vorrebbe essere pulp, il nuovo disco di Lamine, ma deve fare i conti con la sua voce, piena e vellutata, che accarezza e ci fa pensare che ci sia sempre qualcosa per noi alla fine dell’arcobaleno. Però le ferite sono vere, profondissime, probabilmente inguaribili.

Le ali degli angeli sono spezzate ed è difficile capire come si potrà volare ancora: in questo carnaio senza senso con cui ci si confronta, probabilmente le risposte si trovano soltanto vincendo l’indifferenza di cui ci si fa scudo e cercando la poesia. Come fa Lamine, in un disco che celebra il suo ritorno e che mette un punto importante in un mondo troppo omologato.

Genere musicale: cantautrice

Se ti piace Lamine ascolta anche: Lamante

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