A volte per arrivare a qualche consapevolezza in più bisogna ragionare per paradossi. Ed ecco un gran bel paradosso: sappiamo tutti e ci diciamo continuamente che in Italia si legge decisamente poco, troppo poco.
E invece sappiamo come l’industria musicale ci racconti come l’ascolto di musica sia pervasivo e onnipresente: dischi di platino su dischi di platino, live da record, adunate oceaniche e chi più ne ha più ne metta. E allora com’è che la filiera dell’industria musicale è sempre più povera e invece, tutto sommato, l’editoria sopravvive?
Non è che sto augurando il male all’editoria, anzi: so bene come, se tutti leggessero in questo Paese non avremmo mai sentito parlare di Vannacci, Salvini, Meloni, Gasparri, La Russa, Berlusconi. Ho detto che gli elettori di destra italiani sono in vasta maggioranza analfabeti funzionali? Sì: ho detto che gli elettori di destra italiani sono in vasta maggioranza analfabeti funzionali. E non per colpa loro: per una precisa volontà politica che ha fatto sì che lo fossero. Dimostratemi il contrario e mi convincerete.
Ma io sono qui principalmente per parlare di musica, anche se delle volte divago. E mi sono reso conto di come la musica si strombazzi come trionfale e poi campi spesso di noccioline, soprattutto sotto un certo strato economico e di numero di spettatori. Mentre il mondo dei libri si lamenta moltissimo, e poi ha comunque un livello minimo di sopravvivenza che è decisamente più strutturato e solido.
Un prima e un dopo
C’è un prima e un dopo. Anzi due: c’è stato l’arrivo di internet in tutte le case, che in qualche modo ha fatto piazza pulita del mondo precedente. E poi c’è stato il covid, che ha finito di demolire le ultime rovine.
Amiamo tutti internet, personalmente ci lavoro ininterrottamente. Ma è oggettivo che ha distrutto il mondo analogico nel quale vivevamo. La stessa rivoluzione e apocalissi che si paventa di fronte all’AI, noi simpatici cinquantenni l’abbiamo già vissuta sulla nostra pelle (anche quelli meno simpatici, a dire il vero): chi ha saputo adattarsi è sopravvissuto, gli altri hanno cambiato mestiere.
Ecco: davanti alla crisi portata da internet, l’editoria italiana, pur fra centomila difficoltà, ha retto. Ma come? Dirà chi conosce il settore. Non ho detto che risplenda di luce propria e che viva il proprio miglior momento, ecco. Però ci facciamo serenamente due conti? I dati AIE dicono che nel 2025 il mercato editoriale, pur in calo, valeva 3,23 miliardi di euro, con 99,5 milioni di copie cartacee vendute. L’ebook ha fatto il solletico, ormai possiamo dirlo: è un mercato che vale 84 milioni di euro e i “libri elettronici” non sono mai diventati rilevanti. E nemmeno gli audiolibri, a dire il vero.
Il libro di carta, insomma, ha sconfitto il proprio “rivale”, cioè l’ebook e ha continuato a coltivare generazioni di lettori attenti, se vogliamo un po’ feticisti, che gradiscono le sensazioni lasciate dalla pagina “vera”, che non vogliono che fai le “orecchie” per tenere il segno, che ti scrivono la dedichina quando te li regalano, ma che preferiscono non prestarteli perché chissà se e quando glieli ridai.
E invece i dischi…
Ehi ma la musica sta benissimo no? Concerti da 50k, 100k, 250k persone… Dischi d’oro, di platino, di multiplatino, tutti tempestati di lapislazzuli… Sì, ma anche no. Nel senso: la scissione tra gente che viaggia su cifre enormi e la stragrande maggioranza che certe cifre le vede con il binocolo c’è anche nell’editoria, questo è ovvio. Non è che sono tutti Fabio Volo (per fortuna).
Così come c’è differenza tra Feltrinelli e Mondadori, che nell’editoria fanno il bello e cattivo tempo, e i piccoli editori che reggono l’anima con i denti. Però i numeri raccontano che le differenze tra letteratura e musica sono quasi abissali.
Secondo i dati FIMI, nel 2025 il mercato discografico è dato in netta crescita. E anche così vale
513,4 milioni di euro. Cioè un’inezia, rispetto ai 3,23 miliardi dei libri. Lo streaming da solo “mangia” 340 milioni, con oltre 99 miliardi di stream nel corso dell’anno. Lo sapevamo già, ma è l’ennesima conferma che Spotify e amici si sono ingoiati sostanzialmente tutto il resto. Al contrario di quanto successo in campo editoriale.
Non solo: su 21 milioni di tracce caricate nel 2025, 19,9 milioni hanno fatto meno di 1.000 stream, e 148.000 tracce da sole raccolgono il 90% degli ascolti. Vuol dire che c’è un’élite piuttosto stretta che porta a casa quasi tutto, mentre agli altri rimangono le briciole. E quando si parla di streaming, si intende proprio briciole, visto quanto rimane in tasca agli artisti.
Vale la pena citare anche un confronto “di strada” significativo: esistono 3.706 librerie in Italia, la maggior parte indipendenti o di quartiere, mentre sono rimasti 414 negozi di dischi, per un rapporto di quasi 9 a 1. A fine anni ’90 i negozi di dischi erano circa 1.300: il 70% ha chiuso, anche se c’è stato un recupero incoraggiante negli ultimi anni grazie alla ripresa del vinile.
Perché l’editoria ha retto
Le ragioni sono molte. Come detto, l’oggetto fisico, al contrario che nella musica, non è mai tramontato. Non ci siamo fatti sedurre dalla praticità dell’ebook, che ha inciso soltanto in minima parte sulla vendita di libri. In questo senso il tradizionalismo italiano ha funzionato da scudo.
Ma ci sono state anche cause a monte, per esempio la legge Levi, del 2011, che ha introdotto in Italia il prezzo del libro semi-fisso: lo sconto sul prezzo di copertina non può superare il 15%, con la possibilità per gli editori di campagne promozionali più aggressive ma limitate a un mese l’anno, non ripetibili.
L’obiettivo dichiarato, scritto nella legge stessa, era “contribuire allo sviluppo del settore librario, al sostegno della creatività letteraria… alla tutela del pluralismo dell’informazione“, cioè impedire che le grandi catene e la grande distribuzione, scontando pesantemente i bestseller, spazzassero via le librerie indipendenti incapaci di reggere la stessa guerra di prezzo.
Nel 2020 la legge 15/2020 ha stretto ulteriormente la maglia, abbassando il tetto dal 15% al 5% (eccezione per i libri di testo scolastici, che sono rimasti al 15%). Risultato: in quindici anni il libro è passato da un bene che si poteva scontare, quasi come qualsiasi altro prodotto, a uno con un pavimento di prezzo protetto per legge. L’opposto esatto di quello che è successo al disco, il cui prezzo è stato deciso di volta in volta da iTunes prima e dalle piattaforme di streaming poi, senza mai un limite minimo fissato dal legislatore.
Questo significa anche che lo scrittore, per quanto spesso sottopagato, non si è mai visto recapitare i bruscolini che riceve chi pubblica su Spotify, perché può contare su un prezzo fisso e vero legato alla propria opera. Nessuno ha mai potuto introdurre un abbonamento a 10 euro al mese con cui leggi tutti i libri che vuoi, per esempio.
Si aggiunga anche che esiste un’ottima rete di diffusione che non ha mai spento l’interesse: ovviamente la scuola che, per quanto i governi di destra cerchino di smantellarla sistematicamente, è il principale motore di interesse iniziale verso la lettura.
E poi le biblioteche, i premi, la critica che contano ancora qualcosa. Quando c’è un premio letterario importante, una fiera o a maggior ragione il Salone del Libro di Torino, in un modo o nell’altro quotidiani e tg ne parlano sempre. Invece in campo musicale si parla una settimana l’anno di Sanremo e stop.
Che cosa possiamo copiare
Ribadisco la stima per il mondo letterario, che sento molto “mio” perché scrivo da tutta la vita e ho pubblicato anche qualche volumetto, per lo più dimenticato e sepolto. E tuttavia ci sono alcune cose che il campo musicale può invidiare e che può copiare, soprattutto parlando del lato più artigianale, meno “entertainment” e più composto da musica vera.
Per esempio la rete territoriale: le librerie indipendenti fanno curatela ed eventi, e allo stesso modo si comportano alcuni negozi di dischi e alcuni locali, tipo una parte dei circoli Arci. Ecco: “alcuni” non basta più. Se si vuole ricreare un movimento che parta dal basso e che riporti la musica davvero in circolo, c’è bisogno di più impegno anche da parte di chi usufruisce in qualche modo dell’apporto dei musicisti, in primis i locali. Che hanno centomila difficoltà, sia ben chiaro. Ma che troppe volte ragionano sul discorso “scelgo la band in base a quanta gente mi porta“. E finiscono per ospitare (e strapagare) centinaia di inutili cover band.
(Ri)costruiamo l’abitudine all’ascolto, facciamo presentazioni di dischi, riabituiamo la gente ad ascoltare qualcosa che non conosce. Poi il resto verrà da sé. Non è fantascienza: dieci anni fa funzionava esattamente così. Quello che si è rotto si può aggiustare.
Poi ci sarebbero questioni legislative, naturalmente, e lì il terreno è molto più minato. E’ chiaro che l’imposizione di un pavimento di prezzo per lo streaming oggi non è possibile e perciò bisognerebbe puntare in modo deciso sul superamento dei servizi di streaming, che oggettivamente hanno intasato il mercato senza offrire vantaggi sensibili per gli artisti, se non per pochi eletti.
Gli “altri” artisti, quelli che non riempiono gli stadi, in qualche modo ora sono obbligati a stare su piattaforme che li sfruttano in ogni modo possibile, ma è un obbligo che avrà un tramonto (ne parleremo tra qualche settimana in un articolo dedicato all’era del post streaming).
In questo senso c’è un esempio molto virtuoso che si potrebbe analizzare, quello del Bandcamp Friday: grazie ai suoi venerdì in cui non “trattiene” nessuna percentuale sugli acquisti, la piattaforma dal 2020 ha versato oltre 154 milioni di dollari ad artisti ed etichette indipendenti nel mondo. E’ la prova concreta che “il pavimento di prezzo volontario” funziona, se proposto in modo corretto e logico.
L’oggetto musica
Bisognerebbe ricostruire l’oggetto vinile (o simili): non che tentativi del genere non siano stati fatti, ma la direzione di ridare in qualche modo tangibilità all’oggetto musica non dovrebbe essere abbandonata. Perché sarebbe un modo anche per ridare importanza a qualcosa che è sì etereo e sfuggente, ma tremendamente solido quando si lega a un’emozione.
Bisognerebbe ampliare ed estendere le opzioni già a disposizione: la Carta Cultura Giovani consente di acquistare vinili, oltre che libri, ma quanti giovani siano appassionati al vinile non saprei dire. Perciò o lo si comunica meglio, magari facendo rete con i negozi di dischi, e si contribuisce a rimettere in circolo la passione per il vinile; oppure si estende il vantaggio anche ad altre forme musicali.
Anche la rete di prestito digitale delle biblioteche può offrire spunti interessanti: tra i contenuti prestabili gratuitamente c’è già la musica. Certo tutto sta a vedere quale musica: se si tratta di mainstream o di musica “antica”, non favorisce particolarmente la causa. Ma se si può integrare con contenuti nuovi e interessanti per le generazioni più recenti, allora il discorso diventa produttivo.
Non è sbagliato prendere ispirazione dai campi “collaterali”: si vive di cultura, quando si ragiona di musica così come quando si parla di libri. E in un paese in cui sembra che contino soltanto i soldi, il gossip, il cibo e la cronaca nera, sarebbe vitale che tutta la cultura, musica compresa riprendesse un ruolo centrale. Ne risulterebbe un paese molto migliore, ne sono del tutto sicuro.









