Massimo Ruberti, “Granchite Yumtruso pt.1”: recensione e intervista

[soundcloud url=”https://api.soundcloud.com/playlists/240860686″ params=”color=ff5500&auto_play=false&hide_related=false&show_comments=true&show_user=true&show_reposts=false” width=”100%” height=”100″ iframe=”true” /]

massimo ruberti 2Massimo Ruberti ha pubblicato da poco, per NOstress Netlabel, il proprio ultimo ep, Granchite Yumtruso PT 1. Dentro l’ep c’è musica elettronica influenzata dall’ambient e dalla psichedelia. Andiamo a conoscere meglio prima l’autore e poi l’ep.

Puoi raccontare la tua storia fin qui?

Sono nato e vivo nella ridente cittadina post-industriale di Livorno. Credo di avere assorbito, anche se per vie traverse, le sue contraddizioni e il melting-pot che sta alla base di questa città. Che si manifesta, nella mia musica, in una grande inquietudine, un voler amalgamare materiali diversi tra loro, e voglia di esplorare nuovi orizzonti.

Inizio dagli anni zero a comporre musica elettronica, dopo aver passato gli anni ’90 a suonare (chitarra, basso, batteria) in formazioni più o meno rock. Ho all’attivo diversi album ed ep, usciti digitalmente in Creative commons con varie Netlabels (Granchite Yumtruso è uscito per la palermitana Nostress Netlabel), nonché collaborazioni con altri musicisti, videomaker ed editori.

Mi definisco scherzosamente un “Trafficante di suoni” proprio per indicare questo mio voler essere trasversale. L’affermazione di Brian Eno sul suo essere “non musicista” continua ad affascinarmi anche a distanza di così tanti anni.

Il disco suona piuttosto ambizioso ed essendo una “part 1” allude a un progetto appena iniziato. Ce lo puoi illustrare?

Questo disco è diviso in due parti che escono in due diversi momenti. La scelta è stata dettata principalmente da una scadenza di tempo che avevo con la Nostress. Semplicemente non avrei potuto consegnare in tempo tutto il disco finito di 8 pezzi, così mi sono concentrato sui primi 4 e abbiamo deciso insieme di far uscire questo ep in estate e la seconda parte in inverno.

Il secondo EP vedrà la chiusura di questo cerchio. Poi, in un secondo momento, mi è piaciuta questa formula autoimposta della divisione in due parti. Essendo un concept album, la divisione puo’ rafforzare questo intento narrativo, e la si puo’ vedere come il primo e secondo tempo di un film, oppure due volumi di un unico libro.

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato nel realizzare il disco, se ci sono state?

Progettare, iniziare, scrivere e finire un lavoro è per me una grande gioia e una grande liberazione. La pressione data dai limiti di tempo, dalle scadenze, dalla stanchezza fa parte del gioco e lo accetto. La principale difficoltà iniziale è per me rappresentata dalla costruzione di un valido universo sonoro, nel quale i confini siano ben delimitati. All’ interno di questi confini trovo la mia massima libertà di espressione.

Come nasce il pezzo di apertura “Snorri/Hollow Earth”

Nasce all’inizio da un vecchio desiderio di usare tamburi tribali in folle cavalcata, accompagnati, per contrapposizione, da strumenti orchestrali, come violini, corni e contrabbassi. Il pezzo è immaginato come la colonna sonora di apertura per un film avventuroso e fantastico. La prima parte è un volo di uccello sopra il paesaggio, dopo di che, avvicinandoci, si identifica il protagonista correre o cavalcare verso l’ingresso della “Hollow Earth”, la terra cava.

Puoi raccontare la strumentazione principale che hai utilizzato per suonare in questo disco?

Ho usato Ableton Live come sequencer (amo il suo particolare workflow giocoso e intuitivo), poi diversi sintetizzatori reali (Korg Polysix, Moog MG1, Waldorf Blofeld e Volca Keys), sintetizzatori e campionatori virtuali (per esempio Granulator, di Robert Henke, che trovo molto adatto alle atmosfere organiche) e svariati campioni, nonchè qualche mia registrazione di strumenti ‘etnici’. E ovviamente il sax di Fabio Leonardi.

Chi è o chi sono gli artisti indipendenti italiani che stimi di più in questo momento e perché?

Ce ne sono tanti; parlando di musica elettronica italiana potrei dire le produzioni di Iosonouncane, Popolous, Tempelhof, Yakamoto Kotzuga, Snow in Mexico, Heroin in Thaiti e quasi tutte le produzioni della 51 Beats. Perché? Perchè suonano bene, fresche e appassionate!

Massimo Ruberti traccia per traccia

Massimo RubertiLa partenza dell’ep si distende già in termini di una certa ambizione. Una mini-suite di quasi sette minuti, divisa in due parti e intitolata Snorri/Hollow Earth introduce sia l’aspetto misterico a cui la musica di Ruberti fa allusione sia ad alcuni elementi materiali e astratti che ne compongono la musica.

Ci sono riferimenti ambient ma anche idee molto dinamiche e distribuite su piani di ascolto differenti. Si entra poi nella caverna rosa, la Pink Cave, che mette ancora più in evidenza gli aspetti etnico-tribali del lavoro. A dilaniare il pezzo ci pensa un intervento di sax, che conferisce colori improvvisamente notturni.

Metal Talking Artifact Box parte tra i sussurri, ma il ritmo diventa intenso e piuttosto aggressivo con il procedere del pezzo, pur conservando elementi di contrasto tra la dolcezza dei fiati e la durezza delle percussioni. L’ep si chiude con Spider Guardian Machine, evoluzione fantascientifica su orizzonti poveri di certezze e molto mutevoli.

Le quattro tracce costituiscono un saggio importante delle potenzialità di Massimo Ruberti. La creatività espressa nel lavoro trova un’attuazione fantasiosa ma rigorosa in brani che guizzano in direzioni diverse senza mai perdere di vista l’obiettivo finale.

Se ti piace Massimo Ruberti assaggia anche: Congo Red

Rispondi

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi