Matteo Crea: infinite possibilità di “creare”

matteo crea

Luci soffuse e un’aria leggermente fumosa mi accolgono nel teatro dell’Arci Bellezza, a Milano, la sera del 26 gennaio. Attorno a me il pubblico è variegato per età e stile, ma chiaro per intenzioni. Siamo lì per ascoltare una storia: la storia di Matteo Crea, cantautore e attore fiorentino, classe 1995, che sale sul palco per presentare il suo disco Produci, Consuma, Crea. Sul palco con lui, Michele Mariola alla chitarra, Alessandro Recanati alle tastiere e ai synth e Pierantonio Grassi alla batteria. La direzione artistica è di Francesco Gallo, che ha anche fatto le foto che accompagnano questo articolo. 

La stessa introduzione del disco, in filodiffusione, apre il live e ambienta subito l’ascolto dentro la dimensione alt pop del cantante. Il concerto scorre veloce e la scaletta mescola il nuovo lavoro con brani già noti come Posto fisso, Sesso, A modo mio, Che Guevara. I monologhi, esplicitamente attivisti e politici, non spezzano il flusso, anzi lo guidano come se fossero appunti di riflessioni di dissenso e i racconti diventano simbolici per una riflessione collettiva. Crea non canta e basta, prova a costruire una coscienza, la sua, come quella di chi ascolta.

Significative sono anche alcune scelte stilistiche: la prima parte del live lo vede in felpa, con la scritta “Produci, Consuma, Crea”, in maiuscolo sul petto. Dopo l’intermezzo invece rientra in scena in giacca e cravatta, la valigetta di pelle sempre stretta in mano, simbolo ostinato e ironico di un immaginario di vita “perfetta” che i suoi brani continuano a smontare.

Alla fine del live ho rivolto qualche domanda a Matteo Crea e a Francesco Gallo, per provare a capire meglio cosa c’è dietro l’urgenza narrativa e politica che portano sul palco. 

Mi colpisce la forte coerenza tra scrittura e messa in scena. Il teatro-canzone sembra essere una tua cifra riconoscibile: in che modo questo linguaggio ti rappresenta e quali possibilità espressive ti offre rispetto a una forma-concerto più tradizionale?

La mia è una dimensione trovata su misura rispetto a quello che è il mio percorso personale. Essendo un attore e un cantautore ho lavorato molto duramente per trovare una formula che mi rappresentasse in modo sincero. La trovo anche una piccola forma di provocazione e rivincita nei confronti di coloro che spesso in questo Paese ti mettono di fronte a una scelta: preferisci fare l’attore o il cantante? Ecco, io preferisco fare questo, nel modo in cui lo faccio ahaha.

Quali sono i riferimenti culturali, musicali o extra-musicali che hanno orientato questo lavoro, e in che modo li hai rielaborati per costruire una voce che fosse solo tua?

Credo di averne talmente tanti e provenienti da campi diametralmente opposti che elencarli sarebbe difficile, diciamo che in generale apprezzo chiunque scriva e parli con la propria “poesia”, in qualsiasi campo e genere di musica, cinema, letteratura, giornalismo o vita quotidiana.

Il progetto include, oltre al teatro, la musica, anche una serie di rappresentazioni visive, grafiche, copertine e locandine da osservare con attenzione. Quali sono le tecniche che più senti vicine?

I riferimenti sono tantissimi… alcuni che posso citare sono i film di Nuti, di Tim Burton e Danny Boyle oppure anche l’immaginario calcistico e sportivo inglese tipico degli anni ’90. Queste influenze che mi hanno portato a prendere determinate scelte stilistiche: abbiamo sperimentato attraversando dal digitale all’analogico, dall’utilizzo del bianco e nero ai colori, dal nastro dell’handycam alle riprese in alta definizione… e abbiamo scelto come sfondo luoghi di per sé abbandonati, incolti e oggettivamente privi di speranza. Luoghi invece, ai nostri occhi, ricchi di vita e di infinite possibilità di “creare”.

Nel concerto l’ironia ha un ruolo centrale, ma non alleggerisce mai davvero i temi affrontati. Come lavori sull’equilibrio tra leggerezza espressiva e densità politica o emotiva del contenuto?

Guarda, esorcizzare le tragedie tramite l’ironia, l’autoironia e l’umorismo cinico credo sia proprio uno dei tratti caratteristici dei toscani, stirpe della quale faccio fieramente parte. Credo si possa scherzare su qualsiasi argomento mantenendo però sempre una certa cognizione di causa rispetto al periodo storico nel quale si opera, le condizioni sociali che ci sono attorno, insomma.

Il tuo progetto sembra muoversi su un confine preciso tra racconto individuale e discorso generazionale. Anche l’alter-ego dell’agente immobiliare agisce in questo senso, avvicinandoti e allontanandoti dal pubblico. In che misura senti che le storie che porti in scena parlano di te e in che misura diventano, consapevolmente, collettive?

Alter-ego? Di quale alter-ego parli? :-)

Il tuo lavoro mette spesso in discussione l’idea di successo, performatività e produzione. Come ti rapporti con questa dimensione, in cui purtroppo l’arte si trova immersa per sopravvivere pur conscia che sia problematica?

Provo a focalizzarmi su ciò che mi interessa davvero trarre da questo percorso: scrivere bei dischi, recitare in bei film, fare spettacoli belli, lasciare qualcosa a chi verrà dopo di me e sogna le stesse cose. Può sembrare retorico, lo so, ma se diventa il vero focus del tuo lavoro in qualche modo questo ti distrae dalle storture attorno, gratificandoti.

Dopo lo spettacolo, seguendoti da tempo, mi chiedo e vi chiedo.. il disco di Matteo Crea, aumenta il valore dell’immobile?

Assolutamente!

Pagina Instagram Matteo Crea

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