Roberto Benatti torna con Quest’inverno mi sposo, distribuito da Believe Music Italy. Un album breve ancorché composto di dodici canzoni, che seguono un fil rouge narrativo ed emotivo.
C’è una specie di prontuario per raccontare ciò che è accaduto, quelle domande che in inglese iniziano tutte con la W a cui rispondere per essere esaustivi; a me piace raccontare, magari non storie ma impressioni, pensieri che accendono un momento tra lo scorrere degli altri; ma da un lato amo le forme brevi, in ogni ambito espressivo; e dall’altro non ho nessuna intenzione di appesantire il mondo attorno a me con troppe parole. Così, per raccontare, scelgo, istintivamente, di rispondere ad una sola delle domande con la W. Quella che mi interessa di più, per una predisposizione personale: where?
Il “dove” di questo disco sono principalmente case. “La tua casa”, “Gli orologi di casa”; “Silvia Spaesata” parla dell’abbandono di una casa; in “La fede dei semafori” l’ultima strofa si svolge in due case dello stesso condominio, quella di mio nonno all’ultimo piano, quella della mia adolescenza al primo. La chiave di “Come mi conoscevi tu” apre, ancora oggi, quella che è un’altra piccola mia casa, l’armadietto di lavoro.
Ah, a proposito di case: quest’inverno mi sposo.
Roberto Benatti traccia per traccia
Chitarra e voce, con qualche svolazzo sintetico, per la partenza dell’album: Silvia spaesata #2 racconta appunto dello spaesamento di Silvia, buffa musa milanese. Si parla di massi e di muschi, in una certa atmosfera bucolica e nostalgica, con Il fischio di papà, con aria intima che si fa più allargata e malinconica.
C’è il pianoforte ma c’è anche una sottile tensione emotiva ne Gli orologi di casa, morbida e narrativa. Un po’ giocosa L’aeroplano della Lego, che contiene anche nostalgie calcistiche piuttosto lontane, contenute in uno scrigno di ricordi d’infanzia.
Arpeggi e viaggi per A volte, che tratteggia il proprio discorso finemente, raccontando di orizzonti lontani e di rincorse sulle scale, per trovare un “ti amo” inatteso. I manifesti del metrò ha sapori più desolati, mentre si sogna la Valtellina e una casa piena di elettrodomestici.
Lo shock di vedere Brozovic in Arabia Saudita oggettivamente non è semplice da superare, così Benatti prende questo e altri spunti per raccontare Le acque milanesi.
Un’attitudine da narratore e forse da trovatore, con qualche riferimento a De André e a Gaber, ecco Il tempo fermo, che si misura con il presente anziché perdersi nelle nostalgie.
C’è ancora Milano ne La tua casa, in una sorta di mesta ninna nanna. Di versi e di scarpe si ragiona ne La fede nei semafori, che scruta l’albero genealogico alla ricerca di partigiani e di fascisti. Si chiude con le brevissime Come mi conoscevi tu e Finale, a chiudere stornellando.
Criptico, a volte di difficile comprensione, Roberto Benatti si spiega bene con la musica di piccoli quadretti delicati, brevi e sfumati come acquerelli, con qualche tratto di surrealtà.

