Si chiama Fast Food e nasce, in qualche modo, dagli scarti il nuovo album di Lamine: Viviana Strambelli, cantautrice dalle molte vite, ne inizia una nuova con un disco che nasce da un’urgenza, come si diceva anni fa. Ma anche da cocci di canzoni rimesse insieme (molto bene, in verità) grazie anche al lavoro del produttore Francesco “Fuzzy” Fracassi, per ottenere un’unità di senso e di suono, che andasse di pari passo con le idee, i testi e la voce di Lamine. Che ci racconta il suo nuovo lavoro in questa intervista.
Fast Food nasce raccogliendo frammenti e materiali di progetti interrotti. Come hai scelto di trasformare scarti e frammenti in un disco coerente?
Non avevo scelta. Contava più quello che volevo dire che il come dirlo. Gli scarti erano funzionali, erano contenitori. Erano anche molto belli ma questa credo sia stata una specie di magia. Avevo le parole e le ho incastrate in quello che mi arrivava. La selezione non faceva parte del processo.
Descrivi il disco come stratificato, resistente “anche a dispetto di se stesso”. Qual è il filo conduttore che tiene insieme tutti questi elementi?
La voce e le parole, un certo tipo di linguaggio e le persone che ci hanno lavorato.
La voce appare fragile e insieme forte. Come hai lavorato per mantenere questo equilibrio durante la registrazione?
Ci ha lavorato Fuzzy a modo suo e non sono intervenuta su questo.
Hai dichiarato che il disco non segue un percorso lineare. Quanto è stata libera la sperimentazione nella sua struttura?
L’unica canzone che ha una struttura lineare è Tritacarne. Fuzzy ha fatto come gli pareva, in maniera per me disarmante. Le strutture sono figlie di processi suoi. A volte anche deliranti ma accettare questo, per quanto sia stato difficile mi sembrava necessario alla sua libertà.
Mi pare di capire che la collaborazione con Francesco “Fuzzy” Fracassi come produttore abbia inciso sul risultato finale… In che modo?
Ci siamo scannati. Abbiamo due caratteri oppositivi e forti. Ha inciso, sì. Lui è un visionario e si è preso lo spazio che voleva. Io ero abituata a fare il capitano e ho sofferto un po’. Direi che il suono lo ha deciso lui. Il master, le voci. Ma ci sta perché in fondo ha creato il caos che serviva e che io da sola non so se sarei stata in grado di creare.
Le parole e la loro urgenza sono centrali in Fast Food. Come trasformi questa necessità comunicativa in forma musicale?
In questo caso ho scritto prima tutti i testi. Poi li ho adattati alle basi e agli scarti che arrivavano. È stato bello uscire dalla mia zona di comfort, io normalmente scrivevo con la chitarra. In questo caso mi arrivavano basi trap, rap. Questa scomodità mi ha permesso di fare una cosa diversa rispetto al passato.
Guardando avanti, come immagini l’evoluzione del progetto Lamine dopo Fast Food?
Sto scrivendo il terzo disco, scherzando direi che è un disco in ciabatte, infradito, davanti al mare. Dopo tutte queste guerre, voglio un mohito ( che poi neanche bevo, vabbè).

