Aura Q: “film mentali” che proiettiamo sul suono

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Gli Aura Q, duo composto da Marco Fagotti e Jacopo Matia Mariotti, si sono distinti nel panorama musicale per la loro capacità di fondere formazione classica e sperimentazione elettronica, andando oltre etichette e schemi di genere. Dal 2025, anno della nascita del progetto, hanno lavorato per sviluppare un linguaggio musicale che metta al centro melodia, suono e frequenze come veicolo di esperienze sensoriali e concettuali, culminando nell’album di debutto Daylight.

Il vostro progetto nasce dall’incontro tra due musicisti professionisti con formazione e background tradizionali, ma Aura Q sembra andare oltre le dinamiche classiche della scena underground o delle etichette di genere. In che modo le vostre esperienze al di fuori delle rotte “canoniche” dell’underground influenzano il modo in cui pensate e create musica?

Proveniamo da percorsi diversi ma abbiamo sensibilità affini che nell’insieme hanno generato questo tipo di progetto. Ci siamo posti solo alcuni paletti: semplicità strutturale, recupero della melodia come segno primario del nostro pensiero musicale e nessun limite di ricerca sul suono. È con quest’ultimo che dobbiamo fare i conti perché ci sembra il momento giusto per portare la musica oltre il perimetro dell’estetica e interfacciarla con altre discipline, non necessariamente artistiche.

Avete parlato di una visione essenziale della musica che mette al centro la melodia e la trasfigurazione sonora. Quali sono state le lezioni più importanti — musicali, concettuali o umane — che avete imparato lavorando insieme da quando il progetto si è formato nel 2025?

Siamo entrambi interessati alla musica come valore estetico ma anche come veicolo di informazioni più sottili legate alle frequenze e alla struttura dei suoni. In questo senso il nostro confronto dialettico non è mai strettamente musicale ma coinvolge anche quegli aspetti del suono che possono modificare concretamente la realtà fisica delle persone. Per noi scrivere musica è anche pensare che ogni frequenza che emettiamo può avere una influenza sulle cellule, sull’umore, sulla salute di un soggetto. Scenari nuovi che aumentano lo spazio di un musicista verso direzioni interessanti.

Il titolo Playground richiama l’immagine di un parco giochi, apparentemente leggero ma con significati più profondi nel vostro racconto. Qual è, secondo voi, la “zona d’ombra” che questo playground invita l’ascoltatore a esplorare o a confrontare?

La civilizzazione ci ha spinti dentro una oscurità dalla quale è difficile uscire, anche prendendone coscienza. Siamo tutti ipnotizzati da tecnologie che promettono relazioni, benessere, comodità a portata di click ma che finiscono invece per atrofizzarle. Sistemi studiati accuratamente per annullare l’apporto critico del soggetto a vantaggio di una pericolosa uniformità di pensiero che è molto facile manipolare e condizionare.

Per sfuggire a questa zona d’ombra è necessario illuminarla a giorno, in qualche modo tornare a guardare alle cose con la stessa meraviglia dei bambini. Per loro la sabbia, il mare, una falena sono mondi da scoprire attraverso il contatto e la relazione perché sono fatti della nostra stessa sostanza e riflettono la nostra stessa luce. Siamo esseri luminosi ma non lo sappiamo.

La vostra musica gioca con l’interazione tra pianoforte, violoncello ed elettronica in modo molto particolare. Come definite voi stessi il vostro rapporto con questi strumenti — li vedete come mezzi per esplorare significati più ampi o come protagonisti di un linguaggio proprio?

Un po’ come entrambe le cose. Gli strumenti acustici ci costringono ad uscire allo scoperto come esseri umani, quelli elettronici e digitali ci permettono di entrare in profondità verso destinazioni potenzialmente inesauribili.

Nel percorso verso il vostro album Daylight, cosa vi ha sorpreso di più nel processo creativo, e come pensate che questa evoluzione si rifletta in Playground rispetto al vostro singolo di debutto Sand?

I brani sono il frutto di lunghe sessioni di improvvisazione in studio durante le quali ci affidiamo a dei veri e propri “film mentali” che proiettiamo sul suono, per quel che possiamo, cercando di dargli una forma e una sostanza. Daylight è la “stampa” di queste fotografie quindi Sand e Playground non sono altro che pezzetti dell’insieme.

Guardando al futuro come Aura Q, quali sono le sfide o i possibili sviluppi -sonori, concettuali o performativi- che volete affrontare nei prossimi mesi? E come pensate che brani come Playground possano incarnare queste direzioni?

Stiamo preparando il live che sarà pronto a primavera e studiando con attenzione dove portarlo, poi continueremo ad approfondire i nostri studi e le nostre sperimentazioni sul suono che ci segnaleranno possibili direzioni future. Vedremo. Per ora siamo concentrati su Daylight.

Pagina Instagram Aura Q

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