Nel rumore del traffico milanese, in un’affollata zona Jenner, si può anche trovare l’ispirazione per una canzone: è ciò che è capitato a Erika Buzzo, “mente” del progetto MAIA, che ha appena pubblicato il nuovo singolo e video, Stretti.
Stretti arriva dopo qualche mese di silenzio discografico. Cosa è successo in questo intervallo di tempo?
In realtà Stretti era pronta da marzo. La parte più lunga non è stata musicale, ma visiva. Ho impiegato molto tempo a capire come tradurre il brano in immagini senza renderlo illustrativo – un video che mostra quello che il testo dice già non aggiunge niente. Nel frattempo, ho continuato a scrivere altri pezzi, quindi non era un periodo fermo, era lavoro che non si vedeva ancora.
Il titolo è immediato, quasi fisico. Da dove nasce questa parola come centro del brano?
Mi interessava una parola semplice, quotidiana, ma che contenesse più livelli insieme. Stretti può essere fisico, emotivo, economico, temporale. È la sensazione di vivere dentro strutture già decise: orari, aspettative, relazioni, scadenze. Il punto più scomodo è che spesso ce ne accorgiamo quando ormai ci siamo già adattati a quella forma.
Hai descritto il pezzo come nato in macchina, imbottigliata nel traffico milanese. Quanto conta il contesto fisico nel tuo processo creativo?
Moltissimo. Per me le canzoni nascono quasi sempre da una sensazione concreta prima ancora che da un concetto. Nel caso di Stretti c’erano il traffico, il rumore continuo, il tempo fermo mentre tutto sembrava correre. Quella sensazione di compressione è entrata direttamente nel brano, anche ritmicamente.
Dopo Indigesto, che usava dati e numeri per parlare di precarietà, Stretti entra in uno spazio più intimo. È una scelta stilistica precisa o una necessità espressiva?
Indigesto osservava un problema collettivo in modo quasi documentaristico. Stretti entra nella parte privata di quella stessa pressione – cosa succede interiormente quando certe dinamiche diventano normalità, quando smetti di percepirle come un problema. È lo stesso tema, scala diversa.
Il videoclip lavora su due gesti visivi molto forti: gli scarabocchi sugli occhi e il fast motion. Come hai tradotto un’idea musicale in un linguaggio visivo così specifico?
Volevo che il video desse una sensazione fisica di perdita di cognizione del tempo. Il fast motion costruisce quell’ansia da accelerazione continua, i volti cancellati parlano di identità consumate, persone ridotte a funzione. Il filo conduttore è la memoria alterata: qualcosa che ha l’aspetto del vissuto ma che non riesci a trattenere.

