Subsonica, “Terre rare”: la recensione

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Trent’anni esatti dopo la fondazione, i Subsonica vanno a caccia (pure loro) di Terre rare e hanno ancora voglia di ballare. Ma non è per celebrare che Casacci, Boosta, Samuel e gli altri si sono ritrovati: il disco fin dal titolo dichiara la propria attenzione a una realtà sempre peggiore, quella che ci circonda.

Non si parla soltanto di attualità o di politica nell’undicesimo (decimo se si decide di non conteggiare Mentale strumentale) disco di inediti della band torinese: c’è l’amore, ci sono moltissimi panorami esotici, per lo più africani e orientali, ma anche ritorni improvvisi a realtà molto più grige.

Dedicato a Talu, un fratello che ha costruito insieme a noi tanto di questa lunga strada, con capacità, generosità e uno smisurato senso dell’amicizia. Dedicato a Sergio Ricciardone, che è stato vicino a noi fin dall’inizio e che ha regalato alla nostra Torino il suono e la luce di stelle lontane

Subsonica traccia per traccia

Ci si aggira in territori probabilmente stranieri, sicuramente minacciosi, alla ricerca della realtà con Al Confine, che apre il disco trasmettendo inquietudine elettronica e sottopelle. “Salvami, ascoltami, proteggimi da questa notte“: la danza è una fuga.

Loop ritmici e testuali per Straniero, che parla di Gaza, di Cisgiordania, di Libano e di Iran senza citarli (ma è difficile non pensare a quella zona quando si parla di asili che fanno boom). Ma lo straniero è anche chi varca il Mediterraneo in cerca di una vita migliore, giusto per trovare un’ “accoglienza” a calci e pugni da noi. Il sapore è orientale ed è rinforzato dal featuring di TÄRA, palestinese nata a Cassino (o italiana di origini palestinesi, tanto la sua giovane vita sarà difficile comunque).

Schermaglie e Teorie ci attendono poco dopo, che parla di quei curiosi assunti che il tuo falegname, il tuo idraulico oppure tua madre o tua nonna postano abitualmente su Facebook. C’è un po’ di ironia nel raccontare de “I poteri forti/la congiura”, ma il sorriso si spegne quando ti rendi conto che queste Teorie sono ciò che regge al potere gente tipo Meloni, Salvini, Orbàn, Netanyahu, Trump.

Grida la tempesta” su Radio Mogadiscio, che conferma tutti i dinamismi e li raduna in un brano che flirta con l’Africa soprattutto a livello di testo. Una donna “bella e fiera” declama versi ubriachi in un pezzo che sembra avere voglia di movimento, soprattutto.

C’è bisogno di un Rifugio per il primo pezzo che abbassa i toni (ma non di molto i ritmi): sensazioni dark wave e synth pop per un brano tutto sommato semplice e con qualche retrogusto Depeche Mode.

Soffia il Ghibli, e non sarà l’ultimo vento che incontreremo: un deserto prima gentile e poi molto più tempestoso ci attende, tra battaglie elettroniche e panorami molto vividi attraverso i quali non è facile transitare.

Torna a fare i conti con panorami urbani molto più grigi Grida: le ombre che scavano dentro prendono forma in un brano ricco di vibrazioni che si allinea con i pezzi introspettivi migliori della band (e comunque si parla di genocidio e della nostra connivenza, giusto per non distrarsi troppo).

Curiosa per certi versi Transumanesimo, che racconta l’illusione di trasformarsi in quello che non si è, ancora su ritmi molto accelerati: “ma sotto il sacramento di una croce uncinata/baci l’anello dei tuoi nuovi dei“.

Intermezzo da meno di due minuti, Jinn ci riporta nel deserto ad affrontare i demoni, prima di essere portati via dagli Alisei: qui l’elettronica ci fa rimbalzare per un po’, prima che Samuel alzi la voce e faccia salire di tono un pezzo che sembra avere anche qualche nostalgia 80s.

Passa un po’ a volo d’uccello Il Tempo in Me, che non toglie il pedale dall’acceleratore pur approfondendo contesti per lo più riflessivi. A chiudere ecco la title track Terre rare, che vaga in un’atmosfera un po’ più ovattata rispetto a quanto ascoltato fin qui, ma l’inquietudine è serpeggiata fino alla fine del disco e non sembra volersene andare mai.

Ci sono degli obblighi di status nell’essere una delle band più importanti della storia della musica in Italia e i Subsonica ne sono pienamente consapevoli. Uno di questi è pubblicare un disco soltanto quando si ha qualcosa di davvero significativo da dire, e anche questo è il caso.

La band non si è mai tirata indietro quando c’era da mettere la faccia, da dire qualcosa di scomodo o di poco “opportuno”, figuriamoci se si fanno problemi ora che sono passati trent’anni da quando si sono detti: raga che ne dite se proviamo a fare un po’ di musica insieme? (Questo l’avrà detto Samuel, non credo Casacci).

Infatti soprattutto i primi brani del disco sono piuttosto espliciti, come a voler dire subito: queste sono le cose come stanno. Poi ci si può concedere qualche escursione in altri campi, qualche viaggio alla ricerca di un senso, qualche esplorazione. A stupire di più (almeno me) è sempre la capacità di pensare e ballare insieme, che di sicuro non era scontata nel 1996 e non lo è nemmeno ora. Accanto a quella di fare dischi sempre intensi, significativi, e con qualcosa di importante da dire.

Genere musicale: pop, dance, elettronica

Se ti piacciono i Subsonica ascolta anche: Venus in Disgrace

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