Klimt 1918, “Àmor”: la recensione

klimt 1918

Il quinto album dei Klimt 1918Àmor, in uscita per Prophecy Productions, completa un ritorno voluto, che veicola non solo un vissuto scritto e ancora da scrivere, ma anche un manifesto viscerale, primitivo, eterno, come la parola che lo intitola. Non casualmente, infatti, leggendolo al contrario, il titolo richiama la città eterna, Roma, luogo di provenienza della band. 

Il contorno sonoro etereo e prorompente tipico dello shoegaze accompagna un ritorno lungo ben dieci anni dei Klimt 1918. Pur essendo nato nei tempi del distanziamento sociale, come deliberato contrappunto artistico, i Klimt 1918 hanno deciso di far ruotare tutte le loro nuove canzoni attorno alla carnalità, all’ardore, al contatto fisico tra i corpi e a quei sentimenti urgenti e irresistibili che tengono le persone sveglie la notte.

Quando abbiamo cercato di visualizzare le atmosfere e le immagini evocate dalla musica, abbiamo pensato a un uomo inquieto affacciato alla finestra nella notte. La sua stanza è l’unica illuminata. Il suo tumulto interiore lo costringe a restare sveglio. Brucia nell’oscurità come una torcia. Ovunque vada, le fiamme che lo consumano lo accompagnano, tracciando scie di luce nel buio

Klimt 1918 traccia per traccia

Arriva da lontano Dream Core, brano di apertura del disco che si allinea subito sulle atmosfere più sfumate del dream pop, pur concedendosi qualche alternativa elettrica più ruvida ma soprattutto di malinconia profonda.

Si sale sull’Aventine con una certa cautela: il brano cresce con gradualità, un’emozione per volta, prima di aprirsi e di inserire indizi ritmici più consistenti. Problemi (cosmici) di mancanza e di distanza quelli che espone Nihil Vitra: non c’è “niente oltre”, per un brano in cui il basso risuona in modo corposo e che aggiunge potenza lungo il percorso, fino a un finale quasi disperante.

Annunciata da fiati curiosi, Eros mantiene lo stesso passo e lo stesso umore del brano precedente, ma va a esplorare angoli ancora più immersi in una tristezza sempre più struggente. I suoni si fanno voluminosi per sostenere un flusso di emozioni importante.

L’umore si rianima un po’ con Nexus, che acquista fiato e anche un certo impeto, sostenuto da chitarre aeree e da un drumming molto intenso. Si sviluppa con una certa calma Un été invincible, citazione froncofona a più livelli che risale a una riga di Camus. Il brano è oscillante e ricco di vibrazioni che si aprono un po’ per volta.

Torna a una certa quantità di dramma Arcade, che rispetta canoni più rock ma poi decide comunque di decollare verso cieli shoegaze. L’ondata elettrica che si porta via tutto è morbida ma pervasa di una tristezza che gratta in fondo.

Petricore passa all’italiano per scrivere un testo che parla di voglia di vivere che ritorna, alimentato da correnti sonore ascensionali. Il brano peraltro supera i sette minuti e vive altre vite sonore, tutte vicine e collegate, ma con variabili che si avvertono in maniera marcata.

Torna all’inglese Aftersun, che disegna ulteriori orizzonti lontani e irraggiungibili, ma molto gradevoli alla vista. A chiudere, ecco Mountain, punteggiata di percussioni, che conclude la scalata in modo, ancora una volta, ricco di malinconia.

Bel viaggio quello dei Klimt 1918, che nell’ora del disco passano in rassegna molte idee e sonorità sempre plastiche, che si plasmano attorno a malinconie tanto profonde quanto capaci di sfiorare in modo leggero. Un flusso emozionale notevole, che si concretizza in un lavoro particolarmente appagante.

Genere musicale: shoegaze

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