Michele Piano: non mi sono mai fermato

Michele Piano (foto promo verticale)

Torna con un nuovo album di inediti Michele Piano. Pianista di formazione classica e compositore affianca le proprie radici accademiche a una costante ricerca ed esplorazione dei linguaggi contemporanei, dall’ambient alla new classical, passando per la musica contemporanea fino all’elettronica e al post rock. Gli abbiamo rivolto qualche domanda.  

De Essentia arriva a sei anni da Nïnde: quali trasformazioni artistiche e personali hanno influenzato maggiormente la scrittura di questo nuovo album?

Dopo Nïnde (2020), che a livello di promozione e distribuzione per fortuna è andato molto bene, c’è stata una pausa sul fronte delle mie pubblicazioni su disco. Per quanto riguarda la composizione, invece, non mi sono mai fermato, lavorando soprattutto nell’ambito della musica per immagini (cortometraggi, documentari e spot pubblicitari).

A tutto ciò ho affiancato, dal 2022 in poi (passata la pandemia), un’attività concertistica molto intensa, superando i 50 concerti ogni anno. Questo ritrovarsi sul palco, insieme all’ascolto quotidiano e allo studio approfondito, mi ha esposto a costanti contaminazioni e ha favorito nuovi scambi artistici. Tutti questi elementi mi hanno permesso, quindi, di accogliere nuove sfumature, ampliando così le mie influenze e il mio stile compositivo.

Il disco sembra costruito attorno a un’idea di essenzialità, con melodie che rinunciano all’eccesso per puntare su equilibrio e profondità emotiva. Come hai lavorato per raggiungere questa sintesi?

Si, il nuovo disco è costruito su un’idea di essenzialità: una scelta artistica profonda che non si ferma alla sola tecnica di scrittura, ma che cerca di arrivare all’essenza della musica togliendo il superfluo. Da sempre sono legato alla musica minimale e al fascino della melodia, quindi cerco qualcosa che susciti emozioni profonde attraverso poche note.

È un approccio derivato dai miei studi di composizione e analisi approfondita del contrappunto, grazie ai quali ho capito che la musica può rivelare melodie affascinanti nascoste anche dentro una semplice successione di triadi (gruppo di tre note, accordo), arricchite e ampliate, nel mio caso, anche dall’uso di suoni sintetizzati per creare nuovi paesaggi sonori.

Questo modo di comporre, però, si contrappone nettamente al mio essere pianista: durante i concerti, infatti, suono un genere spiccatamente “massimalista”, lo Stride Piano – ossia il pianismo americano dei primi del Novecento ricco di note a velocità sostenute – e il blues. Credo che questa dualità abbia contribuito alla mia scelta di un minimalismo compositivo: l’esigenza di non voler per forza sorprendere con eccessivi tecnicismi nella scrittura, puntando piuttosto a una profondità emotiva e sonora, e lasciando invece lo spazio per il divertimento tecnico e virtuoso esclusivamente durante i concerti al pianoforte.

Brani come AndromedaMagellanus e Horizon richiamano immagini di viaggio, esplorazione e spazi aperti. Quanto conta l’immaginazione visiva nella tua fase compositiva?

Per quanto mi riguarda, l’immaginazione nella composizione è tutto. Compongo principalmente improvvisando e successivamente passo alla fase di registrazione; il brano Magellanus, però, a differenza delle altre tracce, è un’improvvisazione al pianoforte registrata in modalità “buona la prima”.

L’intero album si fonda su un’altra mia grande passione, l’astronomia: ogni traccia vuole infatti raccontare il passaggio di un’importante fase dell’universo e della sua esplorazione, fino ad arrivare alla scoperta della coscienza umana, rapportata all’idea che anche noi, nella nostra fragilità, siamo universo. La scoperta dell’essere fragili emerge chiaramente proprio in Magellanus, l’esploratore per eccellenza che, navigando, si riconosce solo e vulnerabile.

Andromeda, invece, è divisa in due parti: la prima, più calma, la immagino come un’osservazione silenziosa e contemplativa della galassia; la seconda rappresenta invece il momento della collisione che avverrà tra miliardi di anni con la Via Lattea, descritta attraverso una danza di stelle e sistemi planetari. Il concept dell’album si sviluppa lungo questo binario e spero che, attraverso la mia musica, queste immagini possano essere rievocate in chi ascolta.

La tua formazione classica convive da sempre con influenze ambient, elettroniche e contemporanee. In che modo questi linguaggi dialogano oggi all’interno della tua scrittura rispetto ai tuoi lavori precedenti?

Ovviamente, arrivare a definire il proprio modo di comporre richiede un lungo lavoro. Anche se poi, a dire il vero, non si tratta di fare scelte a tavolino: per me la musica esprime ciò che siamo, molto più di quanto facciano i ragionamenti teorici. Provenendo dal conservatorio, all’inizio i miei brani erano più accademici, anche se già influenzati da linguaggi contemporanei.

Poi, grazie ai tantissimi ascolti, alle esperienze, ai confronti e a tanto esercizio al pianoforte, ti modelli sempre di più, fino a rendere, nel mio caso, la ricerca costante della melodia l’elemento che, ancora oggi, accomuna ogni mia composizione.

Hai composto colonne sonore e le tue partiture sono state eseguite da diverse formazioni orchestrali. Quanto questa esperienza influenza il modo in cui costruisci un album solista per pianoforte come De Essentia?

Certo, soprattutto quando altri musicisti – che siano in orchestre o piccoli ensemble – suonano i tuoi brani. Questo ti permette di conoscere a fondo ogni strumento e capirne le reali possibilità. Anche il confronto diretto con gli esecutori, chiedendo ad esempio se un passaggio sia eseguibile o meno, ti facilita nella scrittura.

Secondo me, un compositore deve avere una buona conoscenza di tutti gli  strumenti, comprendendo come e quando utilizzarli al meglio per creare una perfetta convivenza all’interno di ogni brano. Questi sono tutti elementi che, messi insieme, creano per me una sorta di manuale personale da cui attingere per scrivere brani solisti, orchestrali, elettronici e musica per immagini. Grazie per lo spazio che mi avete dedicato.

Pagina Instagram Michele Piano

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