C’è una sottile linea che attraversa le canzoni di MonAmour: quella che unisce dolore e consapevolezza, perdita e crescita, vulnerabilità e forza. Nel suo ep, l’artista sceglie di raccontare le crepe anziché nasconderle, trasformando le esperienze più intime in uno spazio di confronto e riconoscimento collettivo. Le sue canzoni non cercano scorciatoie né risposte definitive, ma si muovono dentro le contraddizioni dell’esistenza con una sincerità disarmante.
Tra relazioni che continuano a lasciare tracce, emozioni che hanno bisogno di tempo per essere comprese e un percorso umano profondamente segnato dall’esperienza del Cammino di Santiago, MonAmour costruisce una narrazione in cui l’accettazione diventa uno strumento di crescita e l’amore una forza capace di attraversare ogni fragilità. Abbiamo parlato con lui del rapporto tra mente e cuore, della necessità di mostrarsi autentici e di quel viaggio interiore che continua ancora oggi a riflettersi nella sua musica.
In Perpendicolare racconti una frattura che sembra impossibile da ricomporre, quella tra mente e cuore. Hai scritto di persone che continuano a vivere dentro di noi anche quando tutto ci suggerisce di lasciarle andare: credi che la musica serva a superare certe presenze oppure ad accettare che ci accompagneranno per sempre?
La musica aiuta a dare voce a certe presenze, ma credo anche che l’accettazione sia la cura di tutto. Certe esperienze rimarranno indelebili nel nostro percorso di crescita e di vita: siamo solo noi stessi e la nostra capacità di accettazione a poter rendere le difficoltà dei punti di forza.
Nel tuo ep la fragilità emerge come una scelta consapevole più che come una debolezza. In un panorama che spesso premia l’immagine e la sicurezza, quanto è stato difficile metterti a nudo attraverso canzoni che parlano di dolore, mancanza e vulnerabilità senza cercare scorciatoie o risposte rassicuranti?
Penso che in questo momento storico ci sia tanto bisogno di sincerità: serve rompere queste maschere che spesso la società ci indottrina a indossare. Mettersi a nudo è una piccola rivoluzione che tutti possiamo applicare per cambiare noi stessi, così da dare voce alla fragilità che altrimenti ci rende soli.
Prima di arrivare a MonAmour hai vissuto esperienze musicali molto diverse, condividendo il percorso con altri musicisti. Che cosa ti ha spinto a intraprendere una strada così personale? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che alcune storie potevano essere raccontate soltanto attraverso la tua voce?
Non c’è stato un momento specifico, quanto un percorso dipinto da storie che hanno piano piano generato una voce che definisco “interiore”.
In diversi brani dell’ep il tempo sembra non avere il potere di cancellare davvero ciò che ci ha segnati. Quando scrivi, tendi a raccontare un’emozione mentre la stai vivendo oppure preferisci aspettare che si trasformi in ricordo? Quanto cambia una canzone tra l’urgenza del presente e la lucidità della memoria?
Preferisco che il tempo maturi quell’emozione e che tutto prenda forma dopo un percorso di consapevolezza e cura interiore. Spesso l’urgenza ci rende ciechi e ci impedisce di tirar fuori il mondo che giace dentro di noi.
Hai raccontato di aver viaggiato molto, portando con te la musica come compagna di strada e lasciandoti attraversare dagli incontri e dalle esperienze vissute lungo il cammino. C’è una persona, un luogo o un episodio che ha cambiato profondamente il tuo modo di guardare all’amore e alle relazioni? E in che modo quel cambiamento continua a riflettersi nelle canzoni che scrivi oggi?
Tutto è cambiato da quando ho percorso per la prima volta il Cammino di Santiago de Compostela: in quel viaggio ho toccato le profondità del mio essere, mettendo completamente in discussione me stesso e tutta la realtà. Ho provato amore incondizionato per il prossimo, che mi ha dato la spinta di vivere a pieno la mia fragilità. Per questa ragione, ancora oggi sto cercando di portare avanti artisticamente questo messaggio di amore universale, in primo luogo rivolto a noi stessi.

