Non sembra felicissimo Batman sulla copertina del nuovo disco di Pablo America: sarà che il titolo Canzoni d’amore per Luigi Mangione mette in imbarazzo la sua voglia di legalità. O forse anche per la lettera che Pablo ha affidato a Maciste dischi per promuovere questo nuovo album.
Questo manifesto, affidato ai canali social di Maciste Dischi, raccoglie i pensieri di Pablo a riguardo. E vale la pena riportarli per intero:
Qualche settimana fa Maciste Dischi S.r.l. ha chiesto di riprendere in mano la mia pagina instagram, ma mi sono accorto di aver perso la password e dopo svariati tentativi di recupero ho capito che fondamentalmente era giusto così.
C’è un racconto, il racconto dell’isola del Vitruvio; dove naufraghi sbarcano sulla battigia d’un’isola, e camminandovi si scoprono terrorizzati, terrorizzati della possibilità lì non vi sia umano. Ma a un tratto, camminando, incontrano orme umane sulla sabbia, ed eccoli, improvvisamente placarsi, riconoscersi; sapendo e sperando assieme, di non essere soli su quell’isola. Oggi viviamo nell’epoca post-vitruviana.
Ogni traccia, ogni fotografia, ogni suono, ogni canzone, ogni impronta non ha più, in sé, certezza umana. Si è, attraverso la cultura della paura, rinunciato a sé, per diventare macchina, si è rinunciato al nostro sentire per la paura, il controllo, la violenza, il riconoscimento.
È un paradosso, è innaturale: pensare di non esistere solo perché qualcuno non ratifica il nostro esistere. È la prova lampante dell’ignorarsi, perché il procacciare riconoscimento è azione, già da sé, d’un sé, che in sé esiste.
L’economia è un treno che corre sui binari dell’errata corrige. E su quei binari, vagoni di materiale sincretizzato e stivato, vanno perché devono andare cosicché “funzioni”; così che il numero corrisponda la corrige e non il non-numero.
La matematica è arte fintanto che il numero è non-numero. E quei vagoni che si diceva possono andare così a legna corrono, ma la legna proverrà sempre da foreste necessariamente buone; sarà sempre l’oasi autentica, da estirpare senza che nessuno sa perché..
Questo disco si intitola “canzoni d’amore per Luigi Mangione”. Non cercate la cronaca, non cercate il giudizio morale, io non sono un giudice. Luigi Mangione, per me, è un dispositivo simbolico. È un sintomo.
È la matematica che grida di essere non-numero. Se stanotte vi svegliaste in uno stato febbrile, e questo persistesse nei giorni a seguire, non vi limitereste ad assumere del paracetamolo; andreste dal medico, pretendereste un’anamnesi, un’analisi della situazione.
Il sistema che chiamano “occidentale” (chissà rispetto a cosa), questa immensa e mai eterna struttura di sorveglianza, basata su rapporti di forza, potere, violenza e produzione della specie, ha optato per la paura. L’ha assunta. La incarna. Va da sé che occorre manomissione di un caso come il caso Mangione e ciò a partire dalla manomissione del sé. Luigi Mangione mi appare come un essere umano senza labbra che prova con tutta la sua forza a urlare.
Io non voglio violenza nella mia vita. Assumere la violenza per combattere altra violenza ne implica la ciclicità; poiché persegue e prosegue la logica del violento sistema. Lo nutre, lo accoglie. È come il sentirsi, scoprirsi nudi nel frutteto maturo, autenticamente affamati, e sceglier di mangiarsi le unghie.
Ascoltarsi, ascoltare i sintomi, dal sé in poi, dalle micro-società familiari alle intere nazioni che condividono, attraverso il linguaggio, una narrazione mutilata, fatta di parole mutilate, quindi di significati mutilati condividendo l’orrore della semantica, lo stupro dell’etimologia. Il rifiuto del non-tempo. Lo “scopare”: il cibo, la strada, l’altro, il libro, la canzone, sé stessi, scopare.
Queste canzoni non le ho scritte per Luigi Mangione. Le ho scritte mentre stavo male, mentre adempivo al dovere, al sistema, alla funzione, ai consumatori di codice. Ero il fabbro che forgiava strumenti per far divertire da “morire”. Costruttore di scrivanie su misura per addetti alla propaganda e quindi, anch’io servo della propaganda.
Ero pesce di fiume, di lago e di mare, ambizioso di diventare bravo ingegnere d’acquari. Quando riascoltavo l’album provavo un rigetto totale. Ho vomitato e vomitato, fino a cogliere che il conato è qualcosa che, naturalmente, ha da uscire.
Volevo lasciarle andare in malora queste canzoni, perché quel me l’ho mandato in malora. Sentivo in queste canzoni la puzza della baracconata accompagnato dalle non-voci delle non-persone: i non-umani. Le non-voci di chi, deliberatamente e machiavellicamente, usa il cervello delle persone. Chi controlla ha sempre paura.
Quest’anno ho assistito, pregno di gioia di fanciullo, quindi pregno di me, alla distruzione di tutto quel che era la mia vita. Non è stato per mezzo di bombe e mitra, nessun patibolo e nessuna piazza, nessun giudice o imputato. Nessuna mente. Non vi è stata violenza. È stata la natura, un terremoto totale.
Ed io correvo e corro, gioioso e senza fine, senza slitte e senza scarpe intorno al brutalismo che, da sé, crolla e crollerà sempre. La natura non è caos. Sono stato in campagna del mio amico Flavio Gonnellini e insieme a Flavio ho messo in ordine la carne e l’anima di queste canzoni, che mi apparivano come corpi inanimati.
L’unica restituzione di senso e significato era dedicarle a chi ha scelto se stesso. Il punto non è l’automartirio, il punto è il darsi.
Vi lascio con una domanda:
Se un autore di canzoni riceve un prompt dal mercato “Scrivi un pezzo alla Gazzelle, ma con la produzione e il sound à la Tame Impala, toccando quelle precise corde ecc ecc e blablablabla” ed esegue fedelmente l’ordine trasmesso, al fine d’ottenere riconoscimento economico e sociale… questo “umano”, pur non essendo una “intelligenza artificiale”, è ancora definibile umano?
Siamo già nel transumanesimo.
Rispetto alla logica del sistema, e quindi, rispetto a come va tutto, mi sento talvolta responsabile della possibilità dell’aver esperito la fanciullezza, d’essermi ad un certo punto “visto”, e di ricordarmene. Vi è forse possibilità di violenza superiore al fatto di non potersi vedere? Di non prendere parte alla fanciullezza? Di non prender parte a sé? di non prender parte, naturalmente, al non-tempo?
Non è importante l’uso che farete di questo disco. La mia sorgente umana è questa. Ho smesso di barattare il mio tempo per delle briciole e per l’apologia del sistema.
Questo album è l’atto di nascita di un essere umano che ha deciso di stare nel crollo, ma di starci vivo.
È vero che se 3+2 fa 6 e 3+3 fa 7, allora 3+4 fa 8. Non vi è alcun dubbio vi sia una logica in ciò.
Tuttavia, 3+2 fa 5, 3+3 fa 6 e 3+4 fa 7.
Ascoltiamo il sintomo, esistiamo.
Gerardo
Pablo America traccia per traccia
Una suora in bikini (ma, spoiler alert, in realtà non è proprio un bikini) apre il disco con Desperado: la traccia porta lo stesso titolo di un classicone degli Eagles, ma condivide soltanto un andamento morbido e l’ambientazione americana. Dopodiché si parte subito per una tangente surreale, teologica e un po’ psichedelica. Ma tu chi scegli tra Gesù e il Diablo? Welcome Desperado.
Siamo figli delle crisi matrimoniali, ci spiega Gli inutili, singolo particolarmente struggente incentrato sui desideri spezzati (da noi) dei nostri genitori: “Non saremo mai quello che nostro padre voleva“.
Chissà cosa voleva dire la ragazza di Kevin, che nel sonno diceva Oh Tommy: il pezzo è morbido, avvolgente, quasi orchestrale, con un pizzico di soundtrack vintage e con sorprese testuali che tendono sempre verso la fantasia.
“Mentre i black block vanno al rave party/io resto qui ad amarti“: ok, non è Baudelaire. Ma la poesia stramba di Pablo gonfia le vele di Hooligan boys, con gli archi sempre più presenti, potenti, perfino invadenti.
Un giro un po’ Cure accompagna l’intermezzo strumentale Centomilacarie non è vero che ha la carie (e del resto forse Pablo America non è americano e non si chiama neanche Pablo)
“Quando la Nike farà vestiti da sposa/io ti sposerò”, che è sempre una bella scusa per non sposarsi mai. Chissà come la prende Cinzia, ritratta all’interno di un altro pezzo morbido.
Problemi con i violoncellisti e con il fare a pugni all’interno di C’mon, che ha un bel giro di basso e un crescendo morbido e abbracciante. “If you need an Uber driver/I will be your Uber driver“: essere ciò che è necessario, per superare le tristezze. A chiudere ecco la breve Little boy little girl, quasi una filastrocca psichedelica.
Ci vorrebbe più Pablo America, per tutti. Ma non un po’, parecchio: il cantautore, che seguiamo con attenzione da qualche anno, continua un percorso fatto di idee stralunate e di percorsi musicali molto personali, pur in mezzo a crolli altrettanto personali, come racconta nella lettera/manifesto che abbiamo pubblicato. E l’abbiamo pubblicata tutta, lunghissima com’è, perché se è vero che le canzoni non vanno spiegate, a volte i loro autori sì.
E se l’autore, giudicato soltanto dalle canzoni, potrebbe equivocarsi per un buffo personaggio che fa testi sghembi, magari cercando un’attenzione laterale e qualche sorriso, la lettera spiega da dove nascono queste canzoni buffe: non solo da immagini viste con la coda dell’occhio all’interno di un mondo allucinato, ma anche un sottostrato di lettura di un mondo in crollo e in disarmo, alle prese con un umanesimo di facciata ma totalmente sovrastato dalla mercificazione di tutto, delle persone e degli artisti in primis.
Perché poi è un attimo prendere le sue canzoni e accostarlo, che so, a un Tony Pitony. Poi però ascolti e leggi e ti accorgi che è l’esatto opposto, totalmente inorganico al sistema (quando il buon Tony, non ce ne voglia, è una costola). Rifiutato, sputato, masticato e vomitato ancora. Non c’è spazio per un Pablo America, nel mondo dei lustrini e dei megaeventi. Troviamoglielo, cazzo. Facciamolo per noi.

