Radio in Italia: un motore o un freno? #sottotraccia

Radio in Italia: un motore o un freno? #sottotraccia

C’è stato un tempo, non così lontano, in cui se volevi scoprire musica e artisti nuovi in Italia avevi alcuni canali privilegiati. Le riviste di settore, di carta o su web, le televisioni e soprattutto la radio. Canale di scoperta e di esplorazione di un universo musicale più semplice e meno articolato di ora, anche se privilegiava i successi, non disdegnava, e anzi in qualche caso si appassionava a proporre le novità, a costo di ridurre gli spazi per gli artisti già famosi e consolidati.

Ma l’Italia è invecchiata, ed è invecchiata terribilmente male. E così la sua radio: ovviamente ci sono vistose e benemerite eccezioni, questo è chiaro. Ma il panorama generale è del tutto sconfortante. Nelle radio mainstream non si entra se non sei di una major, è un dato di fatto: nel 2025, secondo i dati di EarOne l’airplay è stato dedicato per il 91% a uscite di major discografiche. Solo il 9% alle indipendenti, tra cui Sugar che, come è noto, ha Lucio Corsi, che nel ’25 ha fatto, come dire, un certo rumore a Sanremo.

Ma è un problema pluriennale: i dati dal 2022 confermano come la percentuale di airplay sia riservata alle major per il 90% in media. E le major che cosa propongono, esattamente? Vecchi successi oppure canzoncine superpop. O una via di mezzo: vecchi nomi con canzoncine nuove. Le classifiche sono piene di Jovanotti, di Nannini, di Antonacci che perpetuano le loro carriere infinite e appena esce qualcosa riempie i palinsesti, a prescindere dalla qualità di quanto proposto.

Antiquariato radiofonico

La passione per le antichità in radio è tale che gli standard di programmazione radiofonica prevedono una sorta di orologio musicale a categorie fisse, con uno spazio fisso per gli oldies. Tanto è vero che siamo pieni anche di radio che trasmettono unicamente musica vecchia: Radio Italia Anni 60, ANNi 90 La Radio, Golden Radio Italia, Radio Gelosa, Radio 80, Classic Hits Radio, Radio Nostalgia, Gammaradio e via discorrendo.

Fanno il loro mestiere, non mi metterò a discutere: se scegli di avere un pubblico over 50 non particolarmente curioso di novità, gli offri uno strato di certezza sul quale riposare. In un mondo pieno di incertezze come il nostro, è anche comprensibile.

Meno comprensibile è il cartello di radio “top” che, oltre a riempire i palinsesti di musica vecchia, dia spazio soltanto alle novità quando si avvicinano il più possibile a un livello subumano. Perché ragazzi, parliamoci chiaro: se scrivi una canzone di merda, ma veramente di merda, avrai molte più possibilità di arrivare in radio rispetto a quando ne scrivi una buona, soprattutto se non sei Jovanotti o Antonacci.

Cause ed effetti

La saldatura tra interessi delle major e delle radio è storia vecchia e ricca di addentellati economici. Non starò a fare la geografia borsistica per riscoprire chi ha comprato chi, anche perché è un discorso che ci porterebbe troppo lontano.

Ma è da almeno vent’anni che questa saldatura esiste e che vede protagoniste due realtà, le radio e le case discografiche, incancrenite su posizioni di retroguardia. Le major hanno delegato la funzione di scouting, tagliando tutto il tagliabile dopo la famosa crisi della “pirateria”, ma incapaci di tornare sui loro passi dopo che Spotify ha consentito loro di riprendere a fare gran soldi, per lo più sulla pelle di utenti e di artisti.

Ma se le major hanno modo di resistere comunque, perché in realtà l’interesse per la musica c’è sempre, sotto qualunque forma, le radio si stanno di fatto scavando la fossa da sole. Anche perché se voglio ascoltare gente che chiacchiera, e ce n’è in clamorosa abbondanza impegnata a parlare del vuoto pneumatico, con sondaggini, ricerchine, notiziette del giorno, mentre fuori c’è la morte (cit.), ci sono i podcast. Che sono ormai centomila e che hanno il vantaggio di parlare di argomenti selezionati in base ai gusti del pubblico (cioè la cronaca nera, la cronaca nera, la cronaca nera e un po’ di cronaca nera).

Se invece voglio ascoltare musica nuova dove vado? Su TRAKS, e fin qui ok. Ma di sicuro non in radio. Vado su TikTok: secondo MIDiA Research, la quota di ascoltatori che include la radio tra i primi tre metodi di scoperta musicale è scesa da quasi il 50% a poco più di un terzo in due anni. Per i 16-24enni il metodo di scoperta è guidato da TikTok, YouTube, streaming e social: per loro la radio non esiste proprio.

No future for you

Ora spiegatemi voi che futuro può avere un mezzo che ignora totalmente la fascia 16-24. Ma molte radio ignorano anche la fascia 24-40, ormai, con gettate di “nostalgia” buttate a caso, con sempre gli stessi artisti riproposti a martello, con zero curiosità e i palinsesti fatti da gente che sembra non essere uscita viva dagli anni ’80 (semicit.)

Ma del resto è semplicissimo fare un esperimento mentale: degli ultimi cinque artisti che ti piacciono e che hai scoperto negli ultimi anni, quanti ti sono “arrivati” grazie alla radio? Personalmente posso dire zero. E posso dire invece in anni lontanissimi di aver scoperto Nirvana, Afterhours, CSI, Radiohead e centinaia di altri grazie a radio che non esistono più. Né nella sostanza né nella filosofia generale.

Oggi ci sono radio “rock” che passano a martello Guns’n’Roses e Bon Jovi, come fosse l’85 (sì Virgin Radio, sto parlando di te) e che quando si avventurano a proporre cose nuove arrivano al massimo a proporre robaccia tipo Kid Rock e i Darkness. Escludendo per principio la musica italiana come fosse radioattiva. Ma sarà meglio e più rock una canzone dei Ministri o degli Zen Circus di una dei Darkness?

Verso la fine

Una ricerca di International Federation of the Phonographic Industry (l’equivalente internazionale della FIMI) dimostra che tra gli under-24 italiani, l’84% ascolta musica in streaming, mentre soltanto il 6% sceglie la radio come metodo. Questo dato è una condanna a morte, perché una volta che le generazioni che tengono in piedi la radio oggi saranno passate in cavalleria, con loro morirà anche la radio.

Eppure non capisco, non leggono, non si informano, non ascoltano. Pensano soltanto a sopravvivere oggi e a seppellire se stessi domani. Oddio, non è che funziona così soltanto con la radio: la tv generalista ragiona nello stesso modo e si direbbe che la società italiana nel suo complesso sia votata all’apocalisse più o meno in ogni campo.

Non si pretende una radio tutta votata agli emergenti, sia ben chiaro. Ma che ci siano spazi di scoperta questo sì. Che qualcuno si accorga, tra i gestori della radiofonia italiana, del patrimonio di canzoni e di artisti che sta sotto ai loro occhi e che provi, almeno ogni tanto, a sottoporlo ai propri ascoltatori. Non vi mangeranno, giuro. Capace che anche vi ringrazino, alla fine, e che vi consentano di sopravvivere.