Qui e là, in questi giorni, rimbalzano voci impazzite sul ritorno di MySpace. Di che? Diranno i miei piccoli lettori. Be’ qui ci sarebbe il libro delle favole da aprire, soprattutto per voi piccini. Ma saremo sintetici: MySpace è stato, a tutti gli effetti, il primo social network di massa.
Nato nel 2003 negli Stati Uniti, ha vissuto la sua stagione migliore fino al 2009, quando è stato surclassato da un altro social piuttosto importante, Facebook, che si è mangiato tutto. Su MySpace ogni utente aveva una sua pagina personale che poteva modificare a mano nell’aspetto (colori, sfondo, grafica), cosa che oggi nessun social ti consente più di fare. Mettevi le tue foto, un elenco pubblico dei tuoi amici del cuore (i famosi “Top 8”, che scatenavano gelosie vere) e potevi scriverti messaggi con chiunque.
Ma MySpace aveva un robusto cuore musicale: un lettore audio integrato nella pagina. Una band si apriva un profilo gratis, caricava le proprie canzoni, e chiunque le poteva ascoltare subito lì, senza comprare niente e senza che un’etichetta desse il permesso. Per qualche anno è stato il posto dove i gruppi sconosciuti si facevano trovare da altri musicisti, da chi organizzava concerti e dalle case discografiche. In Italia arrivò a fine 2007 e raccolse decine di migliaia di pagine di artisti.
Poi, la morte
MySpace esiste ancora, ma non se ne accorge nessuno: nel 2019 una migrazione dei server ha cancellato per sempre dodici anni di musica caricata dagli utenti, circa 50 milioni di brani. Un disastro al quale nessuno ha mai posto veramente rimedio. Quindi da dove nascono le voci di una rinascita?
Da un documentario, MySpace di Tommy Avallone, presentato all’Hot Docs di Toronto ad aprile 2026. Nel documentario, i due attuali proprietari di MySpace dichiarano:
Rilanceremo MySpace. Stiamo soltanto aspettando il momento giusto per farlo.
Figo vero? Non tanto. Cerchiamo di dare un po’ di contesto. Tim e Chris Vanderhook, che sono appunto i proprietari di MySpace (e non due terzini olandesi degli anni Ottanta), posseggono il social network dal 2011. Quindici anni, non pochissimo. E hanno già tentato un rilancio di MySpace, nel 2013. Sono riusciti a ottenere qualche risultato? Pare di no. Se non a bruciare, complessivamente, 150 milioni di dollari in un progetto sostanzialmente morto.
Anzi, un altro risultato c’è stato: appunto il “buco” di dati del 2019, che ha cancellato 50 milioni di brani, più una quantità devastante di foto, ricordi, esperienze, a seguito di una migrazione di server evidentemente molto mal gestita. A spanne direi che se c’è qualcuno a cui non affiderei il rilancio di MySpace sono i fratelli Vanderhook.
Non solo per gli errori passati (ehi, alla fine chi non ha cancellato 50 milioni di brani per errore nella vita?), ma anche per il loro background professionale. I due sono infatti co-fondatori di Viant Technology, società di profilazione pubblicitaria e di adtech.
E qui veniamo al nocciolo della questione: perché MySpace, per quanto datato, era utile, funzionale, “cool”? Perché non aveva bisogno di profilazione. Era in mano agli utenti. Non c’era un algoritmo a “suggerirti” quanto fossero interessanti i Måneskin, per te che ascolti Naska.
Una necessità, più che una nostalgia
I fratellini Vanderhook non hanno annunciato né date né strategie per il rilancio di MySpace e perciò la frase è quello che sembra: un bel modo di chiudere un documentario che racconta una storia passata. Un po’ come fare un doc sull’impero ottomano e dire che Costantinopoli risorgerà. Simpatico, ma un po’ generico e poco attuale.
Un rilancio sarebbe comunque complicato per le logiche di oggi, per la concorrenza dei social che ne hanno preso il posto, per una serie di problemi legali che andrebbero affrontati. Parliamo di musica, in particolare e proviamo a immaginare un portale che garantisca l’ascolto gratuito di brani scelti dagli utenti senza bisticciare con case discografiche, etichette, diritti di edizione e consimili. Ci abbiamo provato?
Be’ ci abbiamo provato e non siamo gli unici. In realtà il web si sta riempiendo di piccoli esperimenti di questo genere. Perché è oggettivo che il modello streaming Spotify/Apple Music/Amazon Music/Deezer eccetera non funziona più. Almeno non per gli ascoltatori non casuali.
E’ comodo, per carità, nessuno può negare che avere in mano la discografia mondiale per una dozzina di euro al mese sia un lusso che, appunto, ai tempi di MySpace potevamo soltanto sognare. Ma è un lusso che comporta sacrifici importanti. Da parte dei musicisti, per cominciare: come è noto a loro rimangono le briciole di quanto si ascolta.
Spendiamo una parola importante: libertà
E’ evidente che Spotify, prima e più di tutti, ha amplificato la libertà di ascolto: ha fornito un contenitore enorme a tutta la musica del mondo o quasi, e ha fatto sì che l’utente potesse raggiungerla in modi molto semplici. Ma poi ha fatto in modo di “convogliare” questa libertà di ascolto verso ciò che conveniva e che poteva essere più fruttuoso.
Intendiamoci: se sei un ascoltatore attento ci sai navigare e puoi evitare di ascoltare Elettra Lamborghini ed Eros Ramazzotti quando stavi cercando l’ultimo pezzo di Vasco Brondi. Ma siccome gli ascoltatori attenti non soggetti all’algoritmo sono una minoranza, ciò che finisce per dominare gli ascolti, anche grazie a playlist bottate e non bottate, ma in qualche modo “governate” e comprate, è spesso robaccia. E non mi metto neanche nel ginepraio della roba AI buttata dentro per gonfiare gli ascolti perché non ne uscirei vivo.
I concetti di MySpace consentivano una possibilità di scoperta che Spotify si sogna. Di scoperta anche sul canale musicisti-etichette: è storia il fatto che per esempio il progetto di The Bloody Beetroots, decisamente alternativo e decisamente fuori dal mainstream, sia esploso anche grazie a MySpace, quando il dj e discografico Steve Aoki lo ascoltò, lo contattò attraverso MySpace e lo mise sotto contratto.
E qualche leggenda dice che anche il già citato Vasco Brondi aka Le luci della centrale elettrica sia stato “scoperto” attraverso il web, anche se più attraverso il proprio blog che non grazie a MySpace. Ma il concetto è quello, su per giù.
Che cosa manca
Quello che manca oggi è la scoperta: come già dicevo nell’articolo sulle radio in Italia della settimana scorsa, sono cambiati i modi di scoperta della musica nuova e degli artisti nuovi. Niente radio, niente tv, quasi soltanto social, e in particolare TikTok che te li sbatte sotto il naso senza chiedere il permesso.
Ma anche la scoperta su TikTok e sugli altri social è casuale, non c’è niente di intenzionale. E’ come ascoltare una canzone nuova al supermercato e shazzammarla. Non c’è niente di male e non c’è niente di sbagliato, ma non sei andato al supermercato per ascoltare musica nuova: dovevi comprare le zucchine.
E invece c’è un’esigenza di scoperta che va, si perdoni il gioco di parole, riscoperta: c’è una passione da far riemergere, da far risorgere dalle ceneri, prendere per la collottola come si fa con i gattini, darle una scrollata (non quella che fai su Instagram… insomma ci siamo capiti) e fare in modo che ridiventi centrale.
L’esigenza è così generale che ci sono tantissimi progetti che stanno emergendo e che si basano proprio su concetti come questi: scoperta autentica, proposta musicale “scelta” e valida, autonomia di giudizio, nessun algoritmo ma soltanto il gusto personale che guida nella scelta.
Non so dire se queste proposte rimarranno una galassia di microelementi o se a un certo punto si coalizzeranno e daranno vita a un progetto unico. Che poi diventerà un impero, che poi a un certo punto si istituzionalizzerà e che dovremo abbattere di nuovo. Perché è così che funzionano le cose umane.
So per certo che non c’è bisogno di MySpace com’era. Ma di un “nuovo” MySpace, senza algoritmi, che riporti l’ascoltatore e il musicista al centro, questo senza dubbio sì.









