Voina, “Noi non siamo infinito”: la recensione

Voina, “Noi non siamo infinito”: la recensione

“Perché non puoi salvare tutti?” è una domanda che Patrick rivolge a Charlie in The Perks of Being a Wallflower (Noi siamo infinito), l’adattamento cinematografico del 2012 dell’omonimo romanzo di Stephen Chbosky, che peraltro ha realizzato pure il film.

I Voina citano questo moderno romanzo di formazione adattandolo a una dichiarazione di un fallimento generazionale, rimasto in equilibrio sull’orlo del disastro. Noi non siamo infinito è il nuovo album dei Voina ed è uscito nuovamente in digitale lunedì 21 settembre. “Nuovamente” perché in realtà si tratta del loro album d’esordio, pubblicato il 16 ottobre 2015 per Maciste Dischi e INRI, contenente undici brani. 

Tra screamo, punk-hardcore e grunge italiano, i Voina richiamano musicalmente sia lo spirito musicale della comunità stretta attorno alla scena rock alternativa italiana (Afterhours, Ministri, Management Del Dolore Post-operatorio, Elephant Brain), sia a riferimenti internazionali di band quali Pearl Jam e Nirvana. 

Forse un po’ demodè e senza il minimalismo della musica d’oggi, i Voina tentano di spiegare il loro punto di vista a un pubblico in cambiamento. A un mondo in cambiamento. Dopo undici anni, proprio come il numero delle tracce dell’album, le cose sembrano andare sempre peggio. 

Voina traccia per traccia

“In fondo in fondo il mondo deve farci male 
Ho perso il paradiso, la porta dove entrare 
Dio mi guarda ma non mi faccio notare 
Ed è una strana danza della pioggia 
Scegliere il filo sbagliato della bomba 
Un rituale per annullare 
Il nero che ci circonda” 

La tempesta è il primo brano del disco e si annuncia come una canzone che, senza mezzi termini, era da condividere nuovamente in questo mondo storto e assuefatto da guerre sanguinose. La domanda principale è quale ruolo abbiamo noi in tutto questo? Davvero non possiamo fare nulla oltre a “sporcarci la lingua più che le mani“? A ciascuno la sua risposta. Ma la stessa rabbia la si può trovare in tutti e dieci i successivi pezzi.

In Calma apparente il timbro di voce di Ivo Bucci, che è anche il frontman del gruppo, colpisce subito al primo ascolto e lo stesso vale per Io non piango (in cui è stato utilizzata la voce di Franco Califano), in cui si affronta il tema della morte e dell’elaborazione del lutto.

Questo è un posto di merda (feat. Luca Romagnoli) ricorda molto le prime canzoni dei Ministri. Qui rabbia e indignazione nei confronti della società trasformano il noto e giocoso canto del “girotondo” che tutti sappiamo in uno slogan di opposizione. 

Ora rado al suolo questa città/Mentre i miei muscoli urlano “insorgi”/Farò qualcosa di folle, brucerò questi sogni/O la calma mi ucciderà” 

A loro non importa se urlano forte o se disturbano la quiete pubblica. In Ora basta si può leggere un testo ricco di immagini e sogni tramontati. Lo strutturale immobilismo sociale verrà prima o poi cambiato o servirà un’azione drastica? 

Non solo i testi ma anche la musica suggerisce delle sensazioni. Graffi provenienti da schitarrate e percussioni intense e veloci. Con Mi sale il vomito, si può comprendere che una delle motivazioni che hanno spinto i tre musicisti a incidere quest’album è anche il disgusto verso l’ipocrisia della “gente che sorride” mentre tutto sembra crollare.

L’album continua con la title track Noi non siamo infinito. Al contrario di Charlie, il protagonista del romanzo di Chbosky, i Voina non riescono a trovare la chiave di volta. La disillusione ne esce vincitrice: “Sperare è una stupida formalità/Non ci mancherà, non ci mancherà/Non si può avere nostalgia di una necessità”.

Maledizione (feat. Marti Stone) cerca di ridurre le individualità dell’essere umano come le aspirazioni e le opinioni. Il brano è musicalmente più leggero e meno aggressivo degli altri senza perdere però l’incisività.

Con Le pietre i tre ragazzi abruzzesi si sentono parte di qualcosa, anche se non si tratta di qualcosa di piacevole. Un brano abbastanza ironico riguardo i cliché della bella stagione e l’essere giovani. Il tutto diretto da una chitarra elettrica sfavillante e difficile da scordare.

Si torna allo screamo in Finta di niente. Un pezzo arrabbiato perché tocca accettare ciò che non va e, per l’appunto, fare finta di niente. Il pezzo finale si intitola Il funerale. Si tratta della summa dell’intero progetto. L’accettazione verso quello che il cuore ritiene inaccettabile e le promesse non mantenute sembrano la conclusione dell’adolescenza. Come se il vero esame di maturità fosse chiudere in una scatola il proprio bambino interiore, per permettere all’Übermensch di fiorire. 

Ci sono momenti storici in cui bisogna tornare indietro per capire meglio cosa sia successo quando tutto è andato storto. Per non cadere vittima dell’ignoranza e della passiva accettazione di chi sta più in alto di noi, fortunatamente a nostra disposizione abbiamo diversi attrezzi e i Voina forse hanno trovato i loro. 

Forse hanno pensato proprio a questo per ripubblicare questo album. Forse, dopo più di dieci anni, ci serve ancora tutto questo.