Oh!, “We Come in Peace”: la recensione

AscoltaWe Come In Peace di Oh!
Oh!, “We Come in Peace”: la recensione

We Come In Peace è l’album di debutto del duo OH!, pubblicato il 25 settembre per Huldigung Records. Rappresenta una moderna odissea nei meandri del corpo umano, in cui Massimo Paramour e Gianluca Pighi ricreano atmosfere eteree e paradossalmente reali in sedici tracce, attraversando diagonalmente diversi generi musicali tra cui synth-pop, new wave e club dance. 

Registrato presso l’Elfo Studio di Piacenza, We Come In Peace è un ritorno alla musica elettronica analogica, che ha reso il suono più pervasivo e completo. Il principale riferimento per l’album è la musica synth-pop ma gli OH! tengono a ricordare che il fenomeno della creazione, non solo musicale, non appartiene a un solo genere, ma è una partita a “ping-pong”: uno scambio repentino e continuo di idee, culture e trascorsi.

Lo scambio è presente non soltanto nelle strutture musicali adottate, ma anche nelle interpretazioni vocali. In tutto l’album sono presenti molti artiste e artisti internazionali che hanno già collaborato con i due produttori italiani nel corso degli anni, prendendo parte alla registrazione della maggior parte dei brani. Possiamo trovare Sarah P, Tareq, Alexander Price, Lavonz, Dee Sada, Fred Ventura, IDA fLO e Astou. Una complessa orchestra internazionale che potrebbe comunicare perfettamente con dei viaggiatori extraterrestri. 

Oh! traccia per traccia

Il primo pezzo è molto forte, Oh (In The City) (con Alexander Price), dal gusto mutevole e movimentato. We Come In Peace è un viaggio che parte forte, con un brano di grande impatto. 

Segue Falling (con Lavonz), un pezzo che segue l’impatto del precedente. Si contraddistingue per le tinte oniriche e “aliene” rese molto bene dai sintetizzatori, in grado di spingere la fantasia oltre i soliti canoni dell’immaginario generalista. 

Il terzo brano del disco è Inside A Dream (con Tareq). Si tratta di un brano stratificato, dove i molti pezzi del puzzle creano una melodia fantascientifica e noir. 

In Don’t Give Up, di nuovo con Lavonz gli Oh! lasciano filtrare l’influenza dei New Order, unita alla ricerca di un brano più intrinsecamente pop, dato da una tastiera continua lungo tutto il brano Il brano June 14th (con Sarah P) è più malinconico e delicato, mantenendo però un legame solido con l’immaginario estetico d’insieme. 

Il precedente pezzo è servito per dare fiato al disco, mentre Starred, con Dee Sada mescola nuovamente le carte. Il brano è in crescendo e riprende l’immaginario extraterrestre di Falling, per condurci verso il resto del disco. 

Love Decayed presenta la voce di Local Suicide ed è uscito come primo singolo, in anticipazione del disco. Questo brano non è particolarmente accattivante quanto il resto del disco, ma si contraddistingue per una base ritmica costante e un testo nostalgico su ciò che è stato perso e ciò che ancora si riesce a tenere. 

Siamo entrati nel vivo del progetto. A metà via tra synth-wave e dance music We Used To Dance è uno dei pezzi più appassionanti del disco, con l’ottima interpretazione di Tareq. Running Away (con Fred Ventura) è un brano dall’estetica retrò e meno dance del precedente, ma il suo testo è tutto il contrario. 

“Just stop running away, be yourself will be alright someday, just stop wasting your time, do your best to live a better life” 

Si torna prepotentemente ai sintetizzatori con 23:54, ancora con Sarah P, in cui basso e tastiera riescono a regalare all’ascoltatore notturno un viaggio sonoro fantascientifico. Dopo un viaggio di questo tipo si torna alla musica pop in Crush, un pezzo particolarmente magnetico, il cui ritornello rimane in testa, forse anche grazie alla combinazione tra la voce di IDA fLO e la melodia synth-pop creata dai due produttori.

Si passa a Only Human, che vede la presenza di Lavonz e Alexander Price, un pezzo ben diverso dagli altri, meno accattivante ma non per questo meno importante. Qui si parla dell’essere umano, delle sue emozioni e delle sue paure. 

Un Livre (con Astou) è l’unico brano cantato in francese e percorrono la strada verso una musica cadenzata e “notturna” come in un film di Refn. 

Si passa all’ultimo brano cantato del disco: Bittersweet, in cui torna Alexander Price. Troviamo la stessa voce d’apertura, per di più con lo stesso testo, come se stesse a indicare una porta che si chiude. Il brano ha influenze jazz, con una linea di basso continua e cangiante, accompagnata da un’atmosfera synth che ne amplifica la percezione. 

Alla conclusione del disco si trovano i due soli brani strumentali: la title track We Come In Peace, dove bassline e percussioni incalzanti ricoprono il ruolo dei protagonisti ed Elfo’s Bell, il brano conclusivo di appena 23 secondi, dove lo squillo del telefono si contrappone al nome dello studio di registrazione nella campagna piacentina, dove il disco è stato realizzato. 

Tendenzialmente con brani che vanno dai tre a più di quattro minuti e mezzo, gli Oh! hanno realizzato un album eclettico e incredibilmente magnetico. Pochi artisti contemporanei sono riusciti nell’intento di attualizzare l’incredibile estetica degli anni Ottanta senza cadere nella banalità, Kavinsky, Justice e M83 ne sono un esempio e gli Oh! non hanno nulla da invidiare. Ma è possibile quindi ascoltare nuovi brani dal gusto retrò senza ridurne il valore? Secondo lo stesso Gianluca Pighi: “Il segreto è lasciarsi andare e godersi il viaggio dall’inizio alla fine”. 

Chi sono gli Oh!

Oh! è il duo di produttori piacentini formato da Massimo Paramour e Gianluca Pighi. Attivi da oltre un decennio nella scena house e dance internazionale, pubblicando più volte per l’etichetta britannica Makin’ Moves. Amici dal 2001 è solo con la pandemia di Covid-19 che è iniziato il loro legame professionale. Di radici musicali diverse, i due produttori hanno saputo coniugare in maniera magistrale correnti e generi in contrapposizione, senza mai farsi fermare dai limiti della creazione.