E’ uscito il 9 ottobre VM18, il nuovo album dell’Officina della Camomilla. Un ritorno in grande stile per uno dei progetti simbolo della stagione dell’indie pop, virato in maniera corposa verso discorsi psichedelici. Il titolo, preso da uno dei brani del disco, diventa la chiave simbolica dell’intero progetto: una soglia più che un divieto.
Il disco si muove su un dancefloor continuo, in un rave appassionato e allucinato, apparentemente molto poco “itpop”, ma permeato di contenuti che fanno diretto riferimento alla stagione dell’indie. I riferimenti culturali sono continui e vanno dal pop alla letteratura, passando per cinema, arte e mitologie personali. Abbiamo rivolto qualche domanda alla band per farci spiegare meglio i significati del disco.
Ad ascoltare i suoni del vostro nuovo disco, verrebbe da dire che l’indie non è morto, è semplicemente da qualche parte nella Manchester degli anni ’90 a ballare sulle sue ansie. Ci spiegate la scelta dei suoni del nuovo album?
Forse l’indie non è mai morto: ha perso il proprio territorio, è stato inglobato nel mercato mainstream, si è disperso in mille quantità di microgeneri, ma ha conservato una specie di inquietudine di fondo. Manchester, all’inizio degli anni Novanta, rappresentava il punto in cui la malinconia chitarristica incontrava l’estasi collettiva della cultura rave. Era una combinazione quasi contraddittoria: da una parte l’introspezione, dall’altra il desiderio di perdersi dentro un ritmo, di smettere per qualche ora di essere individui separati.
In VM18 ci interessava recuperare quella tensione, non riprodurne semplicemente il suono. La nostalgia musicale diventa sterile quando si limita a ricostruire una superficie d’epoca. Ci piace invece l’idea che un certo tipo di suono possa tornare nel presente e comportarsi come un corpo estraneo, qualcosa che non si integra perfettamente con il paesaggio contemporaneo. Le chitarre, le trame elettroniche, le melodie un po’ sfinite: sono materiali che portano con sé una memoria, ma anche la possibilità di deformarla.
In fondo, ballare sulle proprie ansie è sempre stato un gesto ambiguo. Non sai mai se stai cercando di liberartene o se stai semplicemente imparando a conviverci.
Il ritorno all’Alcatraz è stato simbolico ma anche propulsivo verso questa nuova fase. Avevate già deciso di ripartire prima di quella data, oppure quello che avete trovato lì vi ha convinti che c’era ancora spazio e bisogno dell’Officina?
Il ritorno non è mai soltanto una questione di calendario. Quando una band si ferma, il tempo continua a lavorare sulla sua immagine: per chi ascolta diventa un ricordo, per chi suona può trasformarsi in una domanda rimasta senza risposta. Tornare sul palco significa mettere alla prova la distanza che si è creata fra ciò che eri e ciò che sei diventato.
L’Alcatraz ha avuto il valore di una verifica fisica. La musica registrata può sopravvivere per anni dentro le cuffie di qualcuno, diventare parte della sua biografia privata; un concerto, invece, obbliga quella memoria a occupare uno spazio condiviso, con corpi, sudore, rumore e imprevisti.
Non credo che il punto fosse dimostrare che l’Officina avesse ancora un pubblico. La questione era capire se esistesse ancora un linguaggio da parlare insieme. Quando ti accorgi che certe canzoni non appartengono più soltanto a chi le ha scritte, ma anche a chi le ha attraversate, capisci che il passato non è necessariamente una prigione. Può essere una riserva di energia per qualcosa che non hai ancora fatto.
Diventare adulti non significa necessariamente diventare più ragionevoli
Avete scelto VM18 come titolo ma anche come soglia del proibito: cosa rappresenta esattamente per voi questa maggiore età artistica e mentale in questo preciso momento della vostra storia?
Il paradosso della maggiore età è che coincide con la perdita dell’innocenza, ma anche con la scoperta che l’innocenza forse non è mai esistita del tutto. VM18 suggerisce un confine, un’etichetta di accesso riservato, una linea che separa ciò che può essere mostrato da ciò che dovrebbe rimanere nascosto. Ma ogni divieto contiene anche una promessa: quella di un mondo che esiste al di là delle regole.
Mi interessa l’idea che diventare adulti non significhi necessariamente diventare più ragionevoli. A volte significa acquisire una consapevolezza più precisa delle proprie contraddizioni, senza per questo riuscire a risolverle. La maturità può essere anche la capacità di riconoscere il caos senza sentirsi obbligati a trasformarlo in una storia edificante.
C’è poi una dimensione generazionale. Per chi è cresciuto dentro la cultura pop degli ultimi decenni, l’adolescenza non finisce mai completamente: continua a circolare sotto forma di immagini, vestiti, canzoni, personaggi. VM18 può essere letto come il tentativo di attraversare quella soglia senza rinnegare il proprio immaginario. Non più adolescenti, forse, ma neppure disposti a consegnare all’età adulta il monopolio della realtà.
I riferimenti alla cultura pop e non pop nel disco sono, credo, centomila o giù di lì. Rivelatemene uno che sicuramente mi sono perso e al quale tenete particolarmente.
Più che indicare una citazione nascosta, sceglierei un riferimento che agisce quasi come un’influenza sotterranea: la sensazione di certe opere giovanili in cui il mondo appare contemporaneamente minuscolo e sconfinato, come potrebbe essere per esempio Il ragazzo morto e le Comete di Goffredo Parise.
È una forma di romanticismo molto particolare, lontana dall’eroismo classico. I protagonisti non devono necessariamente compiere qualcosa di memorabile; spesso sono personaggi marginali, incapaci di inserirsi nel mondo, che trasformano la propria inadeguatezza in una specie di cosmologia privata.
Questa sensibilità attraversa molta cultura indipendente, dal cinema alle fanzine, fino alla musica che nasce ai margini delle scene dominanti. Il riferimento che conta davvero, però, non è sempre quello che si può identificare con precisione. È quello che si sedimenta nell’immaginario e riaffiora trasformato, magari in una melodia o in una frase che non ricorda più nessuna fonte specifica. Le influenze migliori sono quelle che, a un certo punto, smettono di sembrare influenze e diventano parte del nostro modo di sognare.
L’indie aveva (ha?) tra le caratteristiche fondanti l’ansia giovanile, anche se poi ognuno l’ha reinterpretata a modo proprio. Secondo voi come sta crescendo e maturando la scena, che ormai ha lasciato alle spalle la propria storia adolescenziale?
L’indie è sempre stato attraversato da una contraddizione: voleva rifiutare il mondo adulto, ma spesso finiva per costruire un’identità altrettanto rigida, fatta di gusti, codici estetici e appartenenze. L’adolescenza, in questo senso, non era soltanto un tema musicale. Era un modo di stare al mondo, una condizione di sospensione tra il desiderio di essere riconosciuti e quello di non essere assimilati.
Oggi quella condizione si è complicata. Le scene musicali non hanno più confini così netti, e i riferimenti circolano con una velocità che rende difficile distinguere una comunità da un pubblico temporaneo. La democratizzazione degli strumenti di produzione ha aperto possibilità straordinarie, ma ha anche moltiplicato la pressione a rendersi visibili, a trasformare continuamente la propria identità in contenuto.
Forse la maturazione dell’indie non consiste nell’abbandonare l’ansia giovanile, ma nel riconoscere che quell’ansia può sopravvivere anche quando cambiano le sue cause. Non riguarda più soltanto il futuro, il sesso, il lavoro o il desiderio di fuggire dalla provincia. Riguarda anche l’impossibilità di sottrarsi allo sguardo degli altri, la sensazione di vivere dentro un presente che non concede pause.
Una scena matura non è necessariamente una scena più adulta. È una scena capace di trasformare le proprie inquietudini in linguaggi nuovi, invece di ripetere all’infinito i simboli della propria adolescenza.
Geografia emotiva e il lato oscuro della giovinezza
Direi che Madchester ed Ellis costituiscono il nucleo fondante del disco. Mi raccontate come nascono?
Madchester ed Ellis sono due modi diversi di raccontare lo stesso smarrimento generazionale. Madchester richiama un momento in cui una città e una scena musicale sembravano capaci di produrre un futuro alternativo.
Non si trattava soltanto di un suono, ma di una geografia emotiva: club, periferie industriali, notti interminabili, l’idea che la musica potesse trasformare temporaneamente il modo in cui si percepiva il proprio corpo e il proprio ambiente.
La cosa interessante, guardandola oggi, è che quella promessa conteneva già la propria malinconia. L’euforia collettiva era autentica, ma non poteva durare per sempre. Ogni utopia musicale porta con sé il momento della sua scomparsa, e forse è proprio questo a renderla così potente nella memoria.
Ellis, invece, si muove invece dentro una dimensione più individuale, fredda e disturbata. È un omaggio a Bret Easton Ellis, soprattutto a suoi due romanzi Meno di zero e Le schegge, libri che raccontano la giovinezza non come un’età dell’innocenza, ma come un paesaggio di superfici scintillanti, desideri deformati, violenza e vuoto emotivo. Nei suoi personaggi c’è qualcosa di profondamente contemporaneo: sembrano avere accesso a tutto, eppure non riescono davvero a sentire qualcosa. Sono immersi nel consumo, nelle immagini e nell’eccesso, ma questa sovrabbondanza non produce pienezza; produce una forma di anestesia.
Ci interessava proprio questa contraddizione: la giovinezza come esperienza estrema e, allo stesso tempo, come incapacità di provare fino in fondo ciò che si vive. In Le schegge, inoltre, la nostalgia per la Los Angeles degli anni Ottanta si contamina con la paranoia e con la percezione che sotto la superficie patinata si nasconda qualcosa di mostruoso. È un meccanismo narrativo che ci affascina perché trasforma il ricordo in qualcosa di inaffidabile, quasi in un’allucinazione.
In questo senso, Madchester ed Ellis sono due facce dello stesso disco: da una parte la ricerca di una trascendenza collettiva attraverso la musica, dall’altra il ritratto di individui che, pur circondati da stimoli e possibilità, sembrano incapaci di uscire dalla propria solitudine. In entrambi i casi c’è una promessa di fuga, ma nessuna garanzia di salvezza. E forse VM18 abita proprio questa zona ambigua: il momento in cui la giovinezza smette di essere un paradiso perduto e rivela anche il suo lato oscuro.
Il bisogno di intensificare l’esperienza
Ci sono tali e tanti riferimenti alla droga e ai farmaci che viene da pensare che l’unica risposta alla realtà circostante sia quella della chimica. Era quello che volevate suggerire o negherete anche di fronte alla corte di Cassazione?
La cultura pop ha sempre avuto un rapporto ambiguo con la chimica. Le sostanze possono essere raccontate come strumenti di fuga, di alterazione della percezione, di accesso a una versione diversa di sé. Ma sarebbe ingenuo confondere la rappresentazione di un desiderio con la sua celebrazione.
C’è una lunga storia musicale in cui le sostanze diventano metafore di un problema più ampio: la difficoltà di abitare la realtà ordinaria, il bisogno di intensificare l’esperienza, il tentativo di interrompere il rumore della coscienza. Nella cultura rave, per esempio, l’alterazione individuale si intrecciava con una dimensione collettiva, con la promessa di superare temporaneamente le gerarchie sociali e i confini dell’identità. In altri immaginari, la chimica assume invece un carattere più domestico e malinconico, quasi una tecnologia privata per rendere sopportabile la quotidianità.
Il punto interessante, artisticamente, è proprio questa ambivalenza. La stessa cosa può apparire come liberazione e dipendenza, come apertura e chiusura, come promessa di una vita più intensa e come tentativo di sottrarsi a una vita che non si riesce più a sostenere.
Se nel disco questi riferimenti sono ricorrenti, li leggerei quindi come parte di un paesaggio emotivo, non come un programma di comportamento. La musica non deve necessariamente fornire una soluzione; a volte deve avere il coraggio di descrivere una contraddizione senza risolverla.
Quanto alla corte di Cassazione, mi appellerei alla libertà poetica. Ma chiederei anche che venissero acquisiti agli atti tutti i dischi che hanno trasformato l’eccesso in leggenda, perché il processo rischierebbe di diventare molto lungo.
Mancano pochissimi giorni alla partenza del tour: cosa dobbiamo aspettarci di “fisico” e di visivo sul palco per questa nuova avventura live?
Sicuramente molto pogo. Il concerto è uno degli ultimi luoghi in cui la musica può sottrarsi, almeno in parte, alla sua esistenza immateriale. Oggi ascoltiamo canzoni attraverso dispositivi che le rendono disponibili ovunque, ma questa disponibilità continua non coincide necessariamente con un’esperienza più intensa. Il live reintroduce la distanza, il volume, il peso dei corpi, la possibilità che qualcosa vada storto.
VM18 contiene un universo di riferimenti, personaggi e paesaggi mentali, ma sul palco tutto questo diventa materia, ritmo, movimento, luci, visual, ampli e distorsori. Non basta illustrare le canzoni con delle immagini; bisogna creare un ambiente in cui quelle immagini possano essere abitate.
C’è anche una differenza importante tra guardare una band e sentirsi parte di una scena. Il primo gesto è prevalentemente visivo, il secondo è corporeo e collettivo. La musica indipendente ha sempre oscillato tra questi due poli, tra il desiderio di costruire un universo estetico riconoscibile e quello di dissolvere le identità individuali nel rumore.
Mi auguro che il tour sappia conservare entrambe le possibilità: la dimensione quasi cinematografica di un immaginario e la sua irruzione fisica nella realtà. Perché un concerto riuscito non è semplicemente la riproduzione dal vivo di un disco. È un evento che, mentre accade, sembra contenere la possibilità di non ripetersi mai più nello stesso modo. E forse è proprio questa la cosa più importante: trasformare per un’ora e mezza la nostalgia in qualcosa di presente, il ricordo in movimento, l’immaginazione in un’esperienza che si può sentire addosso.








