Giovani. Non si fa altro che parlare di giovani, in questi giorni. Giovani e vetrine, giovani e violenze, giovani e pacchetti sicurezza, giovani e condanne. Ce ne sono parecchi, tantissimi, di giovani qui al Fabrique di Milano, riuniti in paziente attesa del concerto di Willie Peyote, che è uno che con i giovani sa parlare, forse perché non spiega loro per tutto il tempo come si devono comportare, cercando però di fottergli il futuro.
Prima di Willie c’è Pugni, che è giovane, talentuosissimo (su TRAKS parliamo di lui spesso e volentieri) e che parla diffusamente di adeguata educazione sentimentale, con e fra le sue canzoni. Canzoni che suonano forti e ricche di personalità, in cui la sua voce versatile risalta molto bene. Colpiscono molto pezzi come 37 denti o Troppo poco, proposte soltanto con il canto e la chitarra, ma anche con molta capacità di gestire molto bene il palco, dialogando con la folla con la presenza scenica e con i modi di un veterano, affinati lungo le date in cui affianca Willie anche in qualità di corista.
Poi arriva Willie, cappellino, jeans a mezzo polpaccio, camicia beige (o kaki o non so che colore sia, per fortuna ci sono le foto) molto abbottonata e parlata invece sempre sbottonata, sia che rappi sia che riempia le pause tra i brani con tutto ciò che ha da dire. E ha veramente parecchio da dire, come e più di sempre.
Un viaggio per l’Italia
Parla molto a e di Milano, Willie, dagli argomenti più banali come il clima, dicendo che non è vero che Torino è più fredda, prendendo in giro il fighettismo e l’eterna connessione social, ma anche parlando, ovviamente, di attualità.
Si parte però dalla musica e l’ingresso è su In cerca di uno schianto, che apre il nuovo disco Anatomia di uno schianto prolungato e che è anche un omaggio dichiarato ai Subsonica. Poi attacca un paio di medley, uno dei quali è incentrato su Portapalazzo, perché la prima tappa del viaggio è ovviamente la sua città, Torino.
L’energia è già altissima, il Fabrique vibra e i ragazzi cantano compatti. A dire il vero cantavano già in coro sulle canzoni di Pugni, ed è decisamente raro vedere un fenomeno del genere già durante l’opening. Il locale è pienissimo, ma l’aria è respirabile, la vista è buona ovunque, la FOMO da eventone e da pratone o da ippodromo non è pervenuta.
Preferisco non sapere, Willie Pooh e Air B&B movimentano subito il concerto, ma il tono si alza ulteriormente con Io non sono razzista ma…, cantatissima e trionfale, chiusa con trombone e citazioni da Blues Brothers. Willie dialoga senza sosta con la band, che è guidata da Daniel Bestonzo (tastiere) e composta da Dario Panza (batteria), Luca Romeo (basso), Damir Nefat (chitarra), Enrico Allavena (trombone), oltre al già più volte citato Pugni, che canta e suona la chitarra.
Prima l’amore, poi il resto
Willie ha detto poco fa che nella prima parte del concerto si parla d’amore e poi del “resto”, ma in realtà il resto arriva presto: prima c’è Che caldo fa a Testaccio, anima molto notturna, con la tromba con la sordina e il basso che slappa.
Poi però tocca a Luigi, che è nuda, scarna e durissima: “sappiamo dove inventano le crisi” indica gli obiettivi, “fai come Luigi” un possibile metodo. Il brano si riversa in maniera continua e molto più rumorosa che su disco, con una saldatura istantanea con il passato con citazioni tipo “el pueblo unido jamas sera vencido“, ma anche con i Rage Against the Machine di Killing in the Name e un martellante “now you do what they told ya/now you’re under control“, a riversarsi infine sui Verve di Bittersweet Symphony.
Ed è proprio dopo Luigi che il rapper torinese prende la parola su scontri, violenze, vetrine. E conviene riportare parola per parola l’intervento, perché non sorgano equivoci o fraintendimenti:
La mia posizione è abbastanza chiara, però in questi giorni si sente molto la frase: “la violenza va condannata sempre, la violenza va sempre condannata”, tutti gli schieramenti politici hanno fatto a gara a chi lo diceva per primo, io sono sicuro che qualcuno, anche tra di voi, pensi che la violenza vada sempre condannata ed è comprensibile, lo capisco, lo capisco ma non sono d’accordo.
Non sono d’accordo perché la violenza va sempre condannata, ma viviamo in un sistema molto violento, un sistema che ci sta sfrattando dalle nostre case, non riusciamo a permetterci un affitto, in questa città, nella mia città sta cominciando, non possiamo permetterci un pieno di benzina, gli stipendi sono fermi da trent’anni e qualcuno parla di riarmo, qualcuno parla di mandarvi al fronte e quella roba là è molto più violenta, ma soprattutto solo perché le persone che stanno delegittimando le proteste di questi giorni parlando solo della violenza, sono le persone che usano la violenza come cifra stilistica, come programma politico, sono le persone che parlano di remigrazione, sono le persone che parlano di togliere il reato di femminicio, sono le persone che pensano che siete italiani di serie B, che se hai un certo cognome e un certo colore della pelle tu non sarai mai italiano davvero, sono persone che negano il cambiamento climatico, sono persone che davanti ai 70 mila morti a Gaza si girano dall’altra parte.
Però sono le stesse persone, sono le stesse persone che poi volevano la grazia per Mario Roggiero, perché è legittima difesa, se tu ammazzi due cristiani che ti rubano a casa, però quando poi vedi gli abusi di potere in giro per le strade, in questa città e nella mia città, pensano alle vetrine, pensano alle cose, e qua vi voglio, il centro è esattamente questo, il problema è che quando ci fa più male, quando ci indigna di più, quando ci spaventa di più la violenza sulle cose, che la violenza sulle persone, è lì che abbiamo perso, è lì che il sistema vince, è lì che questo sistema di merda ci impoverisce. Io capisco che vi girino i coglioni, ma le cose sono meno importanti delle persone, punto.
Apparizioni a sorpresa
Dopo una presa di posizione di questo genere, Willie abbassa i toni e torna sul personale, cosa che sa fare sempre molto bene: prima Burrasca, poi Tua madre, due canzoni con cui dichiara sostanzialmente di aver fatto piangere tutta la famiglia, ex compresa. E poi la parte sentimentale, ma anche filosofica volendo, raggiunge l’apice: attacca Mi arrendo, che su disco è un duetto con Brunori Sas.
E a sorpresa eccolo lì sul palco Darione, sorridente, a cantare a braccia aperte il ritornello del pezzo, che sorridente non è, e che invita a nascondersi, con i tempi che stanno correndo. Il momento è magnifico e suscita il giusto entusiasmo della folla. Willie si inchina e ringrazia il “maestro” Brunori, che è ecumenico come sempre e prima di uscire benedice “nel nome del padre, del figlio e dello spirito sas“, gag sempre di sicura efficacia.
Dopo il momento di emozione si torna a ritmi serrati a occuparsi di altri brani del disco nuovo, come Kill Tony, prima di attaccare le hit con qualche anno in più, come la sanremese Mai dire Mai e l’amatissima Ottima scusa.
Arriva un incastro tra Semafori e I Cani, con il consueto coro di “amen” sul verso che spiega così bene il funzionamento di preghiere e di bestemmie. Poi si torna sul romantico (più o meno) con Le chiavi in borsa.
Sono arrivate quelle che vi piacciono
Willie spiega che siamo quasi a fine live perché “sono arrivate quelle che vi piacciono, quindi il concerto sta finendo”. Ecco quindi l’altra sanremese Grazie ma no grazie, ovviamente La tua futura ex moglie, che tutti cantano con entusiasmo e un pizzico di rimpianto personale, e poi Che bella giornata.
Poi uscita e rientro, con Willie che spiega che la pausa serve veramente per cambiare da trombone a tromba, ma soprattutto a lui per fumarne una. Poi attacca C’era una vodka, prima di chiudere con Non c’è di che, che introduce dicendo che l’ha scritta per il suo produttore che si era mollato con la compagna dopo una relazione di quindici anni. Ma quando il pezzo è stato pubblicato, la coppia non solo era tornata insieme, ma anzi aspetta un bimbo. Chissà come l’ha presa bene “quello stronzo di tuo padre“, unica vittima vera del brano.
Si fa apprezzare a più livelli un concerto di Willie Peyote, soprattutto in un contesto come quello fornito dal Fabrique: pieno, entusiasta e della misura giusta anche per capire quello che l’artista dice fra un brano e l’altro, spesso significativo quanto le canzoni. L’affiatamento con la band, protagonista di numerose interazioni, la consumata abilità di palco sono ingredienti aggiuntivi a una sostanza musicale sempre più rock e versatile. Ma la penna di Willie taglia sempre a fondo, molto più di qualsiasi spada, e lui non smette di affilarla, per fortuna.








































