24 Grana, “Bidonville”: la recensione

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24 Grana, “Bidonville”: la recensione

Bidonville è il nuovo album di inediti dei 24 Grana. Un disco che parla di ciò che accade ai margini per raccontare, in realtà, ciò che riguarda tutti. Un lavoro in cui la dimensione urbana diventa metafora di una società fragile ma ancora capace di generare bellezza, legami e possibilità. I 24 Grana costruiscono un paesaggio sonoro abrasivo, crudo e diretto, profondamente emozionale. La sperimentazione, da sempre elemento centrale nella ricerca della band, si mette al servizio di un racconto che non cerca risposte semplici, ma prova a restituire la complessità del presente.

L’idea alla base del disco è quella di raccontare gli spazi urbani ed extraurbani così come vengono vissuti nella contemporaneità. Un insieme di elementi che ne contraddistinguono lo stato di abbandono e marginalità, la rete di relazioni che sottendono le dinamiche sociali di noi abitanti. Le periferie italiane così come le Bidonville disseminate in ogni parte del globo soffrono la precarietà, la mancanza di spazi sociali e di infrastrutture dedicate alla cura delle persone. Vuoti emotivi che generano violenza, sofferenza, disumanizzazione.

Dalle “stese” di Napoli alla distruzione di Gaza, le città si trasformano da bellezza a luoghi di sopravvivenza e gli abitanti diventano statistiche, cifre da sovraffollamento. Le storie personali resistono come fili d’erba cresciuti nelle crepe del cemento e la ricchezza è riciclo, riadattamento di materiali e strutture. La musica e le canzoni rappresentano l’amore, la resistenza, l’incredibile vittoria che solo i rapporti umani possono regalare. Il suono del disco diventa così abrasivo, crudo, diretto, emozionale, puntellato da un’elettronica calda, vitale, per quella voglia di dimostrare che un cambiamento può essere sempre possibile, purché il sangue scorra nelle vene e non per le strade.

24 Grana traccia per traccia

Si parte da Nino, midtempo abbastanza sinuosa ma anche capace di accelerazioni, che imposta il mood del disco in modo aperto ma anche già piuttosto determinato. A seguire ecco i bassi di Stadera, altro pezzo che scivola tutto sommato morbido e con intenti narrativi. Le influenze blues per ora vincono su quelle apertamente rock, per aiutare un ingresso soft nei discorsi dell’album.

Cambia un po’ l’aria con Bidonville, la title track, che pur cantata a voce bassa e dalle tinte scure, mette un po’ di elettricità sul piatto e accelera i ritmi. Il drumming si fa rumoroso e le chitarre seguono. L’oro che si trova scavando nella monnezza è protagonista di una sorta di caccia al tesoro improbabile.

Ritorna sul morbido Nisciuno parla cchiù, che però ha comunque istinti rock e risonanze profonde, pur mantenendo una linea melodica accogliente. Un’affermazione di personalità occupa Je songo comme so’, che mette di nuovo a contatto la gentilezza del cantato con strumenti che hanno voglia di far un po’ di rumore, con echi vintage nelle scelte sonore.

Gaza (ce chiamma ancora) esce da casa per varcare il Mediterraneo e occuparsi direttamente del popolo vittima del genocidio sionista. Figli degli anni Novanta, i 24 Grana non si tirano indietro quando si tratta di affrontare direttamente la più grande tragedia dei nostri tempi: “Gaza nun ce sta cchiu/ma o popolo ce sta ancora“.

Torna a scelte blues Dimme comme fai, un po’ più dialettica e notturna. Rimane sul soffice, anche sul sentimentale, Buono a se fa piglià, ondeggiante e molto intima.

Ci si rivolge direttamente al patrono di Napoli con Sotto San Gennaro, per proclamare un’uguaglianza ipotetica. Il brano parla della rabbia dei quartieri e della necessità mettere fine alla guerra continua.

Accelera d’improvviso Overdose, altro brano che affronta l’attualità. Il piglio del brano è consistente, il sound frontale e schiaffeggia volentieri l’ascoltatore per cercare di svegliarlo. Un’overdose di cose e di stimoli provoca esiti non molto desiderabili, mentre la batteria detta ritmi prima alti e poi profondi.

Torna ad abbassare i toni, con archi e un po’ di elettronica, L’ora ‘e turnà a faticà, che chiude il disco su movimenti ampi e controllati.

Buon lavoro dei 24 Grana, che convertono gran parte degli istinti rock verso piani un po’ più dolci e narrativi. La rabbia qui e là emerge, ma è contemplata con occhi adulti e si coniuga con numerosi altri istinti e sonorità.

Chi sono i 24 Grana

I 24 Grana nascono a Napoli a metà degli anni Novanta, in pieno fermento di posse e dub, come trio formato da Francesco Di Bella (chitarra e voce), Armando Cotugno (basso) e Renato Minale (batteria). Con l’arrivo di Giuseppe Fontanella alla chitarra la formazione diventa quella definitiva. Il nome viene da una moneta povera del regno di Ferdinando I d’Aragona. Il suono mescola dub, reggae e rock.

Dopo l’esordio nella compilation Napoli Sound System (1995, con Regina), pubblicano per La Canzonetta Record l’ep 24 Grana (1996) e l’album Loop (1997), che nell’underground va molto bene grazie al passaparola. Seguono il live Live al Teatro Nuovo (1998) e Metaversus (1999), forse il loro disco più noto. Il video di Stai mai ccà è firmato da Davide Toffolo dei Tarm. Intanto girano l’Italia, la Francia, la Spagna (dove rappresentano l’Italia alla Festa della Musica), la Slovenia e la Svizzera.

Negli anni Duemila firmano la videoinstallazione Welcome-X con Bianco-Valente e le musiche del balletto Roc di Luciano Cannito, suonate dal vivo al Mercadante per dieci repliche. Nel 2001 esce K-album, il cui video di Kanzone su Londra, diretto da Alessandro Rak, vince come miglior video al MEI 2002. Seguono Overground live (2002) e Underpop (2003), in cui l’italiano prende più spazio rispetto al napoletano e che contiene Canto pe nun suffrì e Napule tana. Partecipano due volte al Tora! Tora! Tora! di Manuel Agnelli, Stai mai ccà entra nella colonna sonora di Fame chimica e nel 2004 suonano a Tokyo. Contribuiscono anche alle compilation del Manifesto per i processi del G8 di Genova (2005) e per Peppino Impastato (2008). Nel 2006 fanno il tour Napoli All Stars con 99 Posse e Almamegretta.

Ghostwriters (2008), prodotto da Daniele Sinigallia con ospiti Filippo Gatti, Riccardo Sinigallia e Marina Rei, contiene Accireme, il loro video più visto (oltre 2 milioni di visualizzazioni), e vale al gruppo due premi al MEI 2008: miglior gruppo (PIMI) e rivelazione indie rock. Nel 2011, con Alessandro Innaro al basso al posto di Cotugno, esce La stessa barca, registrato a Chicago con Steve Albini.

Il 2013 è l’anno in cui la band si ferma e Di Bella prosegue da solista. Nel 2019 i quattro membri originari si ritrovano agli studi di Abbey Road per un nuovo singolo, che dà il titolo a A raccolta: undici brani già editi più un inedito, previsto per il 2020 e uscito il 25 marzo 2022 a causa della pandemia. Il mini tour successivo ha fatto sold out in tutte le date.