Andrea Fardella: la mia catarsi

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Qualche tempo fa (qui) abbiamo recensito e presentato lo streaming de Le derive della Rai, esordio del cantautore Andrea Fardella. Un esordio poliedrico, sicuramente ambizioso, frutto di lunghe riflessioni ma anche di energia notevole. Abbiamo intervista il cantautore.

Puoi raccontare la tua storia fin qui?

Nasco con la musica nel biberon, mio papà ascoltava molta buona musica, dal rock psichedelico dei Pink Floyd al blues/rock dei Rolling Stones , dai Beatles ai grandi cantautori italiani come Battiato, Graziani, Battisti e poi tanta musica classica. Credo che fin da piccolo io mi fossi arricchito di questi input musicali che hanno concorso a creare la mia forma mentis “ musicale “ e non.

A sette anni incominciai a studiare il pianoforte, incominciò li il mio concreto rapporto con la musica, mi ricordo che già da molto piccolo mi divertivo a comporre melodie al pianoforte e a cantarci sopra con parole inventate al momento. Lo studio del pianoforte è durato cinque anni al termine dei quali sono passato a strimpellare la chitarra, imparando da autodidatta e incominciando a imparare e riprodurre le canzoni dei gruppi che ascoltavo a quel tempo, soprattutto grunge.

Ho incominciato a scrivere le prime canzoni o quanto meno delle specie di canzoni intorno ai quattordici anni e da lì non ho praticamente più smesso. La musica è sempre stata dentro la mia vita, anche se suonavo da solo, e scrivevo canzoni e linee melodiche che nessuno ascoltava a parte me, questo mi ha permesso di cercare e trovare un mio stile personale nella composizione. A circa vent’anni mi sono iscritto a una scuola professionale di Teatro e poi ho incominciato a fare l’attore, prima in Italia e poi all’estero per poi tornare nel mio paese.

In tutti quegli anni di lavoro come attore ho continuato a scrivere canzoni, ovunque mi trovassi, era il mio sfogo, la mia catarsi, le mie memorie emotive scritte su fogli sparsi e messe in musica. Un paio di anni fa ho incominciato a considerare seriamente la possibilità di fare ascoltare la mia musica e così ho incominciato a fare piccoli live sporadici fino a che ho deciso di concretizzare questo progetto che di fatto mi accompagnava da tutta la vita: quello di fare un disco.

Puoi spiegare il titolo dell’album?

Il titolo del disco è sorto spontaneamente: “Le Derive della RAI” mi piaceva come suonava e rappresenta in pieno le tematiche delle mie canzoni. Le derive dei sentimenti umani, naufragati e caduti a fondo, spinti dal bombardamento mass mediatico che subiamo da decenni e che ha portato alla spersonalizzazione di sé, per corrispondere a un modello decadente e povero di contenuti dentro al quale in qualche modo siamo rimasti un po’ tutti imprigionati: il parlarsi addosso, la formalità delle relazioni, l’utile con cui si tessono legami con lo scopo di ottenere una posizione, un ruolo e la superficialità con la quale passiamo sopra i sentimenti, evitando il più possibile di stare con quello che abbiamo, non accontentandoci mai e inseguendo continuamente una chimera che non esiste.

Le canzoni di “Le derive della Rai” si sono accumulate nel tempo oppure rappresentano un periodo di tempo limitato?

Le canzoni del disco racchiudono memorie, sentimenti e ricordi in un arco di dieci anni della mia vita. Ci sono brani che ho scritto molti anni fa e altri invece recentissimi.

Andrea Fardella: sfoghi istintivi

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Il tuo disco sembra rappresentare bene emozioni e sentimenti molto tumultuosi. Come sono andate le lavorazioni dell’album e quali umori hai attraversato scrivendo le canzoni?

Le mie canzoni sono nate come sfoghi il più delle volte istintivi. Flussi di coscienza caduti dall’alto o saliti dal basso che ho sempre raccolto non chiedendomi troppo del perché e del per come. Io scrivo in maniera istintiva e non troppo ragionata solitamente, serbo dentro memorie e ricordi , come tutti e cerco nelle mie canzoni di metterle a nudo. Il processo creativo è sempre catartico per me, i miei brani esplorano i sentimenti umani, parto da me quando scrivo ma anche da quello che vedo intorno, da quello che provano le persone a me più vicine.

La lavorazione del disco è stata una “festa” , faticosa ma gioiosa. Collaborare con il produttore artistico Carlo Barbagallo e sentire che scorreva una sintonia molto naturale nella composizione degli arrangiamenti mi ha portato in una dimensione gioiosa. Carlo Barbagallo ha saputo cogliere dentro di sé, con estrema delicatezza , le mie canzoni, mettendoci del suo a livello sonoro e musicale e insieme siamo riusciti a regalare ad ogni brano il vestito che meglio lo rappresentava.

Come nasce “Sorriso d’inverno”?

Sorriso d’inverno è un brano tra i più recenti. E’ una canzone d’amore. Il testo racconta il percorso di un uomo che si trova a un certo punto a rimescolare tutte quante le sue carte, ad abbattere il suo ego, il suo pensare solamente a se stesso, per dedicarsi all’altro, abbattere l’individualismo dietro al quale si nasconde la paura di amare per accorgersi che tutto è molto più semplice di quello che vogliamo farlo sembrare. La canzone è nata da un’esperienza personale. E’ una dedica d’amore alla mia compagna.

Puoi raccontare la strumentazione principale che hai utilizzato per suonare in questo disco?

Il disco è stato registrato in una cantina a sei metri sottoterra, un luogo senza fonti di luce naturale, un po’ claustrofobico ma molto efficace per quello che avevo intenzione di fare e poi suonava come piaceva a me. Volevo fare un disco che suonasse “vero” sotto tutti i punti di vista, non patinato o perfetto nei suoni.

Abbiamo usato chitarre elettriche, acustiche, violino, batterie e percussioni, basso, tastiere, pianoforte e poi tutta una serie di pedalini ed effetti vari. Una serie di microfoni (per i dettagli sarebbe più utile chiedere al produttore artistico) e un paio di amplificatori, vecchi, molto usati ma da cui usciva un suono molto figo. Il collante di tutto è stato poi fatto in fase di mixaggio e poi di mastering.

Chi è o chi sono gli artisti indipendenti italiani che stimi di più in questo momento e perché?

Ultimamente sto ascoltando poca musica italiana ma se dovessi scegliere qualche nome direi John De Leo perché, da sempre, trovo interessante la sua ricerca vocale; Edda perché mi affascina l’autenticità che mette nelle sue canzoni e nel modo in cui le canta, i Verdena che seguo dagli inizi e che mi colpiscono per la capacità che hanno avuto e che hanno di evolvere musicalmente

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