Dopo un percorso artistico che lo ha portato dalle aule del Modern Musician Institute ai palchi di Manchester, fino agli studi di registrazione di Nashville, Dario Distasi torna con Where The Wind Blows, un brano intenso e profondamente personale che racconta il momento in cui scegliere di lasciar andare diventa un atto di libertà.
Cantautore e polistrumentista dalla forte sensibilità internazionale, Distasi continua a costruire una proposta musicale capace di fondere eleganza cantautorale, atmosfere cinematografiche e autenticità emotiva. Nel nuovo singolo l’artista affronta il delicato equilibrio tra amore, identità e indipendenza, trasformando una storia di distacco in un inno alla necessità di restare fedeli a sé stessi. In questa intervista ci racconta la genesi del brano, il suo percorso creativo e i progetti che guarda con entusiasmo nel futuro.
La tua formazione artistica ha radici solide come chitarrista, con studi che spaziano dal jazz al rock fino alla fusion, culminati con il massimo dei voti al Modern Musician Institute. Durante gli anni a Roma, però, hai sentito che la chitarra da sola non ti bastava più. Come è scattata la consapevolezza di voler diventare un cantautore e come ha influito il tuo ricco background strumentale sul tuo modo di comporre?
Quello per la chitarra è un amore vero. Negli anni mi sono dedicato alla musica in tanti modi e da tanti punti di vista. Andando avanti con il mio percorso di crescita, ho avuto un’illuminazione: dovevo tornare a quello che aveva fatto scattare in me quella scintilla. Erano le canzoni, quelle che ho iniziato prestissimo a scrivere, senza mai smettere.
Hai vissuto per cinque anni a Manchester e hai registrato un ep a Nashville, due capitali mondiali della musica che hanno inevitabilmente plasmato il tuo sound pop senza tempo. Inoltre, hai scelto di scrivere esclusivamente in inglese, modificando persino il tuo cognome in “Distasi” per renderlo più immediato all’estero. Cosa ti dà la lingua inglese a livello espressivo che l’italiano non riusciva a darti?
Ho cercato le radici della musica che vibrava alle giuste frequenze dentro me, come in una specie di pellegrinaggio. Il cambio di nome artista è accaduto in uno dei locali più importanti della scena rock di Manchester, il Rebellion. La promoter, come buona parte dei britannici, era convinta che “Di” fosse il mio secondo nome. Non riusciva a pronunciarlo bene. Allora, ho pensato: se ha funzionato per Joey DiMaggio, perché non per me?
Il tuo nuovo singolo, Where The Wind Blows affronta il delicato momento in cui si decide di arrendersi, ma non per sconfitta, bensì per necessità di libertà. Ci racconti come è nato questo inno al coraggio di non voler più compiacere gli altri a tutti i costi, e quanto c’è di autobiografico in questo punto di rottura?
Il racconto di una storia d’amore che non funziona più si intreccia con alcune esperienze personali. Riguardano la musica, per inseguire la quale mi sono spostato molte volte e per diversi anni anche fuori dall’Italia, ma non solo. Ad un certo punto, ho deciso che non avrei più accettato tentativi di venire plasmato, cambiato all’uso di altri.
A proposito della genesi di questo brano, hai dichiarato di aver dovuto suddividere il lavoro in molti più momenti del solito e di aver affrontato sonorità più classiche rispetto al tuo stile abituale, quasi avessi “paura” di scriverlo. Come mai questo pezzo ha richiesto una gestazione diversa e cosa hai provato quando anche in studio, registrando la voce con Francesco Apolloni, vi siete accorti che stava nascendo qualcosa di totalmente differente?
Una nuova sfida, per me, era quella di scrivere brani molto diversi tra loro, senza far passare troppo tempo tra l’uno e l’altro. Con Where The Wind Blows, ho voluto essere cantautorale in modo puro, senza filtri. È difficile ma incredibilmente soddisfacente.
Quando ho portato il brano in studio per il vocal tracking, Apolloni mi ha detto che il brano lo aveva colpito in particolar modo, che era completamente diverso. È vero, ha una vita sua e per questo gli sono così attaccato.
Musicalmente, il brano si distingue per un’eleganza cantautorale che parte in modo intimo per poi esplodere in un liberatorio dialogo tra chitarra acustica, elettrica e pianoforte. Tu curi in completa autoproduzione tutte le parti strumentali e gli arrangiamenti: come sei riuscito a trovare il perfetto equilibrio tra la purezza acustica e la forza emotiva della parte centrale?
È un lavoro infinito. La scelta di curare ogni aspetto della produzione, quando si pretende il massimo da sé stessi, porta inevitabilmente a stress e molte notti insonni. Il risultato, quando non ho voglia di fare altro che riascoltare il brano, mi ripaga però ampiamente.
Il videoclip del singolo, diretto dal regista Diego Mercadante, è ambientato in una libreria e mette in scena la nascita e l’inevitabile epilogo di una storia d’amore, con un’estetica colta e malinconica che richiama il cinema di Woody Allen. Come è nata la collaborazione con il regista e la scelta di questa metafora visiva così cinematografica per raccontare il distacco?
Il cinema è sempre stata una delle scintille di ciò che faccio. Amo perdermi nelle scene, nelle storie… Woody Allen è tra i miei registi preferiti e cercavo di proiettare il brano in un’atmosfera che ricordasse i suoi lavori. L’incontro con Diego è nato cercando delle riprese che mi ispirassero e le ho trovate. Lui ed il suo team hanno fatto un ottimo lavoro, e non è finita qui!
Negli anni la tua musica si è evoluta da sonorità più ruvide a un pop più aperto ed evocativo, superando già i 100.000 ascolti su Spotify e vantando esperienze come la composizione per il docufilm Varchi Attivi. Con lo sguardo rivolto al futuro, quali sono i tuoi prossimi obiettivi in studio e quanto c’è ancora forte in te il desiderio di far entrare le tue composizioni nel mondo delle colonne sonore di rilievo?
Mi sono dato un obiettivo ambizioso: quello di scrivere tra gli stili, attraverso i generi, restando però testardamente me stesso. I miei primi due singoli del 2026 sono molto diversi tra loro, ma la musica è appena iniziata. Prestare la mia musica alla pellicola cinematografica, anche se nel frattempo ho lavorato ad un altro documentario, è una delle cose che amerei di più.

