Carolina Bubbico: un disco come un segno

Carolina Bubbico

Ci sono vocali che fanno particolarmente rumore, ed è stato il caso di quella “Maestra” che Carolina Bubbico ha preteso durante l’ultimo Festival di Sanremo dopo che ostinatamente la si voleva chiamare “Maestro”. Ma pare che l’italiano sia lingua abbastanza versatile e flessibile, spesso molto più di chi la usa.

Uscita dal fascio di luce fortissimo ma temporaneo che fornisce la rassegna sanremese, Carolina ha pubblicato Vocàlia, album giocato soprattutto su voce, loop station e percussioni, ma con un registro espressivo particolarmente vasto, in grado di venire incontro alle molte esigenze che la sua creatività le ha imposto.

Ne è uscito un lavoro intelligente, interessante, sorprendente e anche corredato di una serie di collaborazioni molto importanti. Abbiamo intervistato al telefono la musicista, cantautrice, maestrA d’orchestra (e parecchio altro) mentre era impegnata nelle prove del tour e ne è risultata un’intervista in cui l’unica difficoltà oggettiva è stata quella di cercare di non farsi trascinare via dall’entusiasmo strabordante di Carolina, che in tutta evidenza è felicissima del suo nuovo album e di tutto il percorso che ha comportato.

Spero non ti scocci, ma io partirei dall’esperienza sanremese perché mi ha colpito a vari livelli e trovo che la tua ormai celebre correzione su “Maestra” invece che “Maestro” sia stato uno dei punti alti di questa edizione. Poi vorrei sapere naturalmente com’è andata nel complesso, visto che tra l’altro per te non era nemmeno un’esperienza inedita…

È stata assolutamente diciamo un’annata particolarmente gloriosa per me, complice a una serie di elementi ovviamente. In primis il progetto in cui sono stata coinvolta che era molto affine a quelli che sono i miei ascolti, i miei gusti, stilisticamente parlando, il background che accomuna me e Margherita/Ditonellapiaga: siamo molto affini a livello di ascolti, di gusti, di approccio proprio alla musica. Seconda cosa è il fatto che comunque da parte sua e di tutto il team ci sia stata una grande valorizzazione di ogni figura, a partire dalla mia.

Mi hanno messo nelle condizioni di essere una battitrice libera, questa cosa è una cosa importantissima perché chiaramente io ho dato un apporto di creatività, non solo la mia professionalità, quindi sono riuscita a fare la differenza. Infatti i risultati sono arrivati, sia nella sera delle cover sia nel podio: abbiamo raccolto tantissimo e secondo me il punto forza è il fatto che sicuramente c’erano delle scelte forti dal punto di vista della scrittura, il fatto che la cover sia stata anche una scelta con un valore musicale importante, il brano è intellettualmente importante, è stato estremamente “suonato”, l’orchestra è stata coinvolta al 100%.

Sono stata messa nelle condizioni anche di scrivere una parte strumentale, quindi fare musica di alto profilo in un certo senso, e quindi anche questa cosa è stata riconosciuta e valorizzata. Margherita si è spesa tanto sul fatto che gli arrangiamenti abbiano dato un apporto significativo, queste sono una serie di basi che mi hanno permesso di essere particolarmente felice, entusiasta dal punto di vista musicale, e quindi il mio modo di dirigere era particolarmente coinvolto, perché fisicamente io sono una performer, come tu sai, e questa cosa è chiaramente “straripa” in un certo senso, anche nel mio modo di dirigere, soprattutto quando sono particolarmente dentro un discorso.

Ovviamente Sanremo significa anche la famosa vicenda “maestra/maestro” e la correzione richiesta a una basita Pausini

Mi fa piacere aver avuto la spontanea opportunità, sottolineo spontanea, di poter anche, come dire, dare una caratterizzazione femminile a un termine che esiste, che noi rimandiamo alla figura della maestra delle elementari, lo sappiamo bene. Però come sappiamo la lingua risente del costume, quindi è una questione di abitudine, in un certo senso, a definire anche il femminile in un ruolo che storicamente è sempre stato ricoperto da uomini.

Però sempre di più accadono, ancora pochissimi, ci sono casi femminili, e quindi ho sentito l’esigenza, veramente in maniera molto istantanea, nulla di programmato, di richiedere che venisse posto il femminile. Poi non tutte le donne sono d’accordo su questo, io non lo riesco a comprendere, però lo rispetto. E’ chiaro che se non c’è una comunione di intenti, è difficile che diventi costume, quindi è un cammino lungo. Io non lo so come andrà a finire, però ho dato voce al mio pensiero e questo comunque dà un senso di libertà, no?

Assolutamente.

Io non sono una sostenitrice delle quote rosa, di posizionare le donne purché ci siano, ma anzi, esattamente il contrario, ossia di dare valore, come dire, di coprire ruoli laddove c’è una competenza, assolutamente proprio il lavoro contrario, cioè muniamoci noi di strumenti per poterci mostrare nelle nostre competenze come gli uomini, e quindi io cerco di farlo al massimo, collezionando esperienze sempre di più in nome di una qualità e di un valore, che credo sia la cosa più importante oggi, soprattutto per noi donne, che spesso, diciamo, siamo portate avanti per il nostro lato esteriore e non tanto per il contenuto, sempre per il contenitore. Io sono proprio di un’altra, diciamo, bandiera, non perché l’occhio non faccia la sua parte, ne ho dato anche prova, nel senso che esteticamente ho cercato di dare prestigio alla mia figura, però ecco, per me è assolutamente da sempre secondario, cioè ciò che conta è cosa andiamo a mettere in campo.

La maternità e le domande

Le grandi rivoluzioni partono anche, o comunque prendono fiato, anche da gesti apparentemente piccoli, quindi secondo me una cosa del genere, fatta in diretta nazionale, nella manifestazione più vista, ha un valore. L’ho trovata molto forte, molto incisiva. Poi naturalmente le risposte a lungo termine le daranno i posteri, però insomma era importante farlo come l’hai fatto tu, secondo me con molta naturalezza.

Quando si ha un megafono, diciamo, nazionale, si può utilizzare, quindi ha certamente un suo valore, certo.

Direi che, fatta questa ampia premessa, possiamo iniziare a parlare del tuo disco, Vocàlia, che è costruito quasi interamente sulla voce. Vorrei capire quando e come hai capito che questa scelta poteva reggere un intero album, perché ovviamente è una sfida, senza risultare in qualche modo limitante.

Diciamo che davanti a ogni disco io cerco di pormi tante domande in generale, credo molto nell’intuizione e nella creatività, devo essere assolutamente libera e alla ricerca di una sperimentazione. Però al contempo è giusto meditare su ciò che si è in quel momento presente, prima di iniziare un cammino di creatività e di composizione.

In questo caso mi sono fatta più domande del solito, perché ho avuto un momento di grande cambiamento nella mia vita, che è diventare madre: puoi immaginare come sia un processo estremamente trasformativo, non soltanto dal punto di vista emotivo, ma anche dal punto di vista pratico, il tempo a disposizione è molto meno. Si tratta di ottimizzare tantissimo, quindi ho pensato come questa volta potessi fare ancora di più la differenza, anche per il solo fatto, dirò, di spiritualmente lasciare questo disco come segno.

Da quando ho messo al mondo una figlia, sento che ogni cosa è in qualche modo un gesto dimostrativo per lei, di quella che può essere una guida, un faro, e quindi volevo lasciare un segno significativo. Spesso mi sono messa nelle condizioni di cambiare punto di vista nella musica, fare musica sotto diversi ruoli non soltanto come performer, come arrangiatrice, come orchestratrice, come docente (insegno in Conservatorio, a Lecce sono docente di ruolo di canto pop), quindi faccio tante cose e mi sono detta, questa volta che cosa voglio valorizzare di tutte le mie capacità, qual è una cifra che mi rende felice, che mi rende particolarmente brillante, e visto il mio background ho pensato di concentrarmi su ciò che è stata la mia ricerca da sempre.

L’ho messa al centro di tutto, radicalizzando totalmente, perché ai miei 19 anni mi è stata regalata una loop station e questa cosa ha segnato veramente la mia carriera, la mia vita, la mia professione, la mia persona. Tramite la loop station io ho consolidato in primis la possibilità, mi sono vista capace di poter creare della musica e farlo in una maniera stratificata, orchestrando un discorso musicale, perché la loop fa questo, la condizione di creare un’architettura in tempo reale.

Questa cosa è stata per me proprio uno strumento pazzesco, per costruire anche proprio una verticalità della musica, come costruire un castello, un edificio. E questa cosa l’ho riportata anche nel mio modo di orchestrare, l’ho riportata in tante esperienze che ho fatto di ensemble corale, quartetti, trii, coretti di vario tipo, ho messo su un ensemble corale con i miei studenti, in Conservatorio, quindi diciamo ho dedicato veramente tanti anni a questa cosa. Allora mi sono detta che avevo gli strumenti necessari per poter prendere il suono, il mio suono, il mio timbro, metterlo al centro di una ricerca e appunto tagliare la testa al toro, in un certo senso, e metterlo, verticalizzando appunto, facendolo diventare unico strumento con il quale costruire un’intera opera.

Tanti prima di me hanno sperimentato e hanno dimostrato che la voce è uno strumento pazzesco perché abita il nostro corpo, ci abita e quindi diciamo non mente, ci rivela tantissime sorprese in un certo senso, è molto cangiante e si può trasformare in un complice.

Una luce guida

“E’ soprattutto il dato esperienziale, fare l’esperienza con la voce e quindi vedere dove ti porta, mettendomi sempre a stretto contatto con la competenza e quindi munendomi di questa valigia di esperienza, di background, di creatività eccetera. Ho iniziato questo cammino sulla base di una serie di bozze melodiche, armoniche che avevo scritto, le ho sviluppate con questo unico denominatore ed è stata una rivelazione perché è come se la strada si fosse veramente a quel punto chiarita, illuminata, perché aveva una vita, una traccia guida importante.

Come dici tu è stata una grande sfida che però appunto mi ha fatto gioco in senso positivo perché lì i tempi si sono in certo senso accorciati paradossalmente, in pochissime manciate di ore io riuscivo a prendere un’idea, magari una bozza d’idea, anche soltanto un germoglio, e farlo diventare un albero, in poco tempo. Perché poi la cosa pazzesca dell’essere umano è che si adatta a tutto e quindi io mi sono adattata a dei tempi davvero limitati rispetto alla condizione mia di vita familiare e sono riuscita a fare tanto in poco tempo, in una maniera molto focalizzata, buona o buona non buona questo me lo diranno gli ascoltatori ovviamente.

Però ecco io ci ho messo veramente tutta me stessa, perché ancora di più ti chiedi se puoi continuare, se sei in grado di farlo, soprattutto quando, ripeto, il tempo è limitato, e ho capito che la luce che mi guida era tanta e mi ha segnato la strada di questo disco che è veramente più di qualsiasi altro un puzzle che si è andato a creare dal punto di vista delle collaborazioni.

Aggiungo una cosa ulteriore su Vocàlia, che è una parola di origine latina che fa riferimento ai suoni primordiali, perché spesso ci dimentichiamo che la voce è uno strumento. Ho voluto recuperare un senso di ancestralità, ma anche un ritmo più lento per riscoprire le cose che contano. Vocàlia suona un po’ come “Oceania”, come un mondo di cose più antiche in cui respirare.

E ritorna spesso un concetto di fioritura, di rinascita, e le artiste che hanno collaborato con me questa cosa l’hanno avvertita senza che io glielo dicessi e infatti me la sono ritrovata poi in ciò che hanno scritto e ne sono stata molto felice. Anche nella copertina c’è l’uso dell’uncinetto proprio per sottolineare la trama che serve per l’opera, ma anche la dimensione dell’artigianato, che per me è un concetto molto importante.  

E’ un disco molto collaborativo nonostante sia “solitario”, ma in realtà vede la coscrittura quasi totalizzata, perché ho scelto di chiamare a raccolta tante penne sagge che hanno scritto per me, sotto la mia guida, sotto alcuni suggerimenti anche di storie che volevo raccontare, immagini che avevo, sotto diverse lingue però, perché ho scritto per la prima volta un disco multilingue anche.

Ho cantato per la prima volta in inglese, spagnolo, portoghese oltre che in italiano, avvalendomi di grandissime autrici e autori da più punti d’Italia e del mondo, creando appunto anche laddove non riuscivo a vedere la luce, la strada dove dovevo andare, poi alla fine vi si rivelava come per magia perché ero guidata da una grandissima volontà e autodeterminazione, che per me è proprio la cosa centrale di questo disco. In realtà vale un po’ per tutti: quando sei munito di grande volontà e autodeterminazione le cose si mettono in riga, dico magia ma insomma per modo di dire, in un certo senso qualcosa di magico c’è perché quando sembra anche che non sai dove caspita andare, alla fine la cosa si rivela.

Magia, talento e determinazione

Credo che oltre a quello che tu chiami magia ci sia anche una forte necessità di talento. Perché la volontà è importante, ci mancherebbe, la determinazione anche, però insomma se non avessi le conoscenze e il talento che hai credo che insomma potrebbe venire fuori qualcosa di un po’ meno valido.

Sì, assolutamente, di pari passo.

Devo dire che quando ho letto la presentazione del disco e ovviamente ero incuriosito prima di ascoltare, ero incuriosito ma anche un pochino, come dire, preoccupato perché il problema fondamentale è che siamo abituati a composizioni solo vocali che sono il gospel, per esempio, oppure le reinterpretazioni (adesso non ridere) alla Neri per Caso, che hanno la loro validità, però diciamo non te le vedevo molto addosso, mettiamola così...

Poi devo dire che il disco mi ha decisamente rassicurato perché comunque ha preso strade completamente diverse e anche trovo molto “tue”, molto affini a quello che avevi fatto fin qua. Puoi approfondire il discorso delle collaborazioni, e in particolare dei featuring, che sono le cose che saltano di più all’occhio?

Ho voluto mirare in alto, partendo dalla prima collaborazione che per me è veramente la più soddisfacente, quella con Becca Stevens, songwriter americana plurinominata ai Grammy, una scrittrice e una cantante pazzesca. Ho voluto osare in un certo senso e andare a cercarla, non conoscendola: le ho scritto e le ho proposto una musica interamente composta, era già tutta diciamo “acchittata” vocalmente e le ho chiesto di dare delle parole a questa storia.

Lei dopo un mese mi ha risposto in maniera assolutamente sorprendente rispondendo entusiasticamente a questa mia chiamata scrivendo Everlove, questa canzone dedicata alla nostra condizione in comune: entrambe siamo artiste madri, che è una condizione difficile, e ha scritto questo inno d’amore dedicato al legame madre figlia. Io poi questa cosa l’ho diciamo, le ho chiesto anche di coinvolgerci diciamo interpretandola con me ed è stato fantastico, una gioia in assoluta.

Poi Stefano Tramacere, il regista che cura i miei videoclip, ha pensato un modo per tradurre e rendere condivisibile ma anche collettiva, corale, questa canzone, questo senso di legame madre figlia, l’ha fatto utilizzando il pensiero del passaggio generazionale, dell’eredità invisibile che ognuno di noi diciamo manifesta e porta con sé, visto che siamo tutti figli di qualcuno e questa cosa è indiscutibilmente qualcosa di collettivo, perché la cosa più bella che rende sensato quello che faccio è sapere che questa musica è per tutti e di tutti.

E’ veramente questo che dà un senso; per quanto ognuno la veda come un figlio suo, poi alla fine per me è importante che questo sia figlio di tutti, è Everlove, è il punto di partenza, è stato il primo brano che ho arrangiato, il primo brano che mi ha fatto vedere la strada chiara, è uscito con grande spontaneità, proprio l’arrangiamento e tutto quanto, e quindi un inizio glorioso, infatti ho deciso di farlo uscire come primo singolo.

Una ricerca su vari continenti

“Dopodiché ho cercato un autore importante che in Brasile diciamo avesse operato, con una conoscenza della canzone, perché appunto avevo un altro brano, l’unico in portoghese, Una rosa e um bordado, che significa una rosa e un ricamo, che aveva bisogno proprio del portoghese brasiliano: io sentivo che il suono mi dava quella direzione lì. Ho trovato Antonio Villarroa che è un grandissimo, importantissimo autore della canzone brasiliana, ha scritto per Ana Carolina, che è una popstar brasiliana, tantissime hits, noi qui non lo conosciamo, però in Brasile è molto affermato, e lui ha scritto questo brano per me.

A quel punto cercavo un interprete che potesse affiancarmi per dare in un certo senso autorevolezza al mio cantare in portoghese, e ho trovato una stella nascente del panorama brasiliano, è fortissima, si chiama Mari Jasca e ha cantato con me a distanza: purtroppo non sono potuta andare in Brasile. Non ancora, sottolineo. Ha cantato con me questo brano, dopodiché in inglese ha scritto per me Greta Panettieri, che è una cantante di jazz, ma è anche un’autrice, ha collaborato con Gegé Telesforo per tantissimo tempo, ha scritto tante cose per lui. Lui è un mio caro amico e mi ha proposto Greta che infatti ha scritto per me Blossom, l’altro brano in inglese, seguendo fedelmente quelle che erano le mie esigenze del suono, perché è lì che sta la magia, la combinazione giusta tra la scrittrice del testo e il compositore, sentire che c’è un feeling da quel punto di vista.

Poi in italiano hanno scritto per me Giuseppe Anastasi, che è un importatissimo autore italiano; una mia carissima amica cantautrice, che è Cristiana Verardo, ha scritto Maria, un brano molto importante del disco, che raffigura un’immagine diciamo femminile, molto forte, che in qualche modo fa memoria di tutto quello che sono stati i gesti di autodeterminazione delle donne, le lotte che sono state fatte, fa un po’ riferimento, Maria, dall’immagine del film di Paola Cortellesi, da cui mi sono un po’ ispirata, ho immaginato questa donna che in qualche modo fa da guida a tutte le altre donne e quindi è un coro femminile di grande forza.

Cristiana ha scritto Maria, ha scritto Ya Volvera, un brano in spagnolo, perché lei ha fatto diverse esperienze con la lingua spagnola e anche lì infatti il risultato è stato per me molto felice. Poi c’è Simona Severini, un’altra cantante e autrice italiana. Lauryyn, che è un’artista italiana che si muove nella scena soul, r&b, ha scritto con me Filosofia dello stare bene. Dolore è l’unica di cui ho scritto musica e testo da sola. Credo basti, spero di non dimenticarmi nessuno.

Poi fondamentale prima di tutti questi autori e autrici, un passo indietro, è chi ha prodotto il disco con me, che è mio fratello Filippo Bubbico, con cui io ho condiviso il lavoro, con me chiaramente al di là del sangue che ci accompagna. C’è un grande feeling e ci troviamo benissimo insieme, e non è detto essendo fratelli che si riesca, anzi, chiaramente, è croce e delizia questa cosa. Però appunto ha prodotto lui il disco con me e alle percussioni c’è Abdissa Assefa, un grandissimo percussionista che vive in Finlandia, di origini etiopi, lui ha uno studio lì di registrazione, ha registrato un ensemble di percussioni ricchissimo che ha dato una grande caratterizzazione a questa orchestra di voci.

Tra parentesi è un’orchestra di voci che ricopre tutti i ruoli della composizione, quindi si trasforma e diventa arpeggio di pianoforte, riff di chitarra, poliritmiche, come avrai potuto ascoltare. E anche background, si trasforma in orchestra d’archi e poi brass di big band, quindi per me veramente un’opera molto molto significativa perché ho sentito di trovare una chiave che potrebbe segnare un modo di intendere la vocalità. Io spero di aver tracciato un segno, ovviamente, il modo di orchestrare le voci che per me veramente è un mio piccolo successo, al di là di come si delineerà la strada.

In vista del tour

Proprio oggi sto iniziando l’allestimento del tour, tra l’altro, sono in studio con Filippo e con Gabriel Prato che è un percussionista brasiliano che vive in Puglia (che fortuna!). Sono coinvolta nel lavoro del live, che sarà un molto “stretto”, paradossalmente, di contrasto a quello che è il disco che è pieno di voci, immaginate che io farò un lavoro di looping importante, avrò una bella gatta da pelare”.

Infatti immaginavo fosse un disco un po’ complicato da rendere live…

Diciamo che appunto il concetto era ottimizzare dal punto di vista proprio della logistica, di portare in giro una cosa del genere in una maniera molto “pocket” e lo farò attraverso l’utilizzo, diciamo, di un processo di looping che in realtà lo faccio un po’ per bisogno logistico, ma mi interessa l’idea di costruire, di portare l’ascoltatore a vedere come si costruisce.

Perché è come se far entrare dalla porta principale nel mio modo di concepire quella architettura vocale, quindi per me era fondamentale pensare a una cosa del genere che mi contraddistingue da sempre, penso che toccherò il picco massimo con grande entusiasmo dell’orchestrazione estemporanea, accompagnata da loro che porteranno avanti una sezione ritmica e quindi tutto quello che è il groove necessario per questa musica che comunque è molto ritmica, è molto potente da questo punto di vista”.

Ecco le date confermate al momento:

15 maggio, Napoli, Auditorium Novecento
17 maggio, Giuggianello (LE), Donna Partecipa, Giardino Botanico La Cutura
19 maggio, Bologna, Bravo Caffè
20 maggio, Milano, Blue Note
22 maggio, Roma, Alcazar Club
12 agosto, Sulmona (AQ), Muntagninjazz Festival
21 novembre, Taranto, Spazioporto

Pagina Instagram Carolina Bubbico

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi