Electric Kuru, “Zugunruhe”: la recensione

electric kuruIntitolato con una parola tedesca che significa “ansia da spostamento” e che indica lo stato degli uccelli cui è impedito di migrare, gli Electric Kuru pubblicano Zugunruhe.

Edizione limitata 77 copie in cassetta, ogni copertina è stata torchiata a mano, da una matrice linografica incisa manualmente per l’illustrazione in copertina e a laser per la parte testuale. Il disco è stato registrato nella sala prove dei Kuru a gennaio 2016 da Alessandro Baldo e Yarin Sassudelli.

Electric Kuru traccia per traccia

Il quintetto pubblica un disco fortemente elettrico in cui a distese sonore vicine al drone e all’ambient come Green Junglefowl si alternano brani come Juan Fernandez Petrel, la cui matrice rock-jazz è molto evidente e ribollente.

Nel resto del disco, per esempio in brani come Persian Shearwater, le direzioni si accavallano, le tensioni si mescolano, in un lavoro che sa essere cupo a tratti e scintillante in altri casi. Ci si trova di fronte a sospiri e istinti omicidi, per esempio, in Terek Sandpiper, una suite da oltre 14 minuti che costituisce il cuore del disco.

Kerguelen Shag, che segue, sembra voler portare un po’ di pace. Un’illusione che dura circa fino a metà brano, quando il volume si alza e così le sciabole, fino a un finale tempestoso. Suoni gutturali escono da Purple Heron, anch’essa soggetta a una parte terminale ad alto volume, in un climax necessario e purificatore. Il disco si chiude sulle note di Pied Stilt, chiusura omogenea e quasi tranquilla per un disco molto inquieto.

Lavoro maiuscolo per gli Electric Kuru, che mediano tra caos e ordine riuscendo a trovare energia da entrambi. Un disco sostanzioso, ricco di angosce primordiali ma anche di sostanza sonora da mettere in primo piano.

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