Recensione: Filippo Dr. Panico, “Tu sei pazza”

filippo dr panicoCon collaborazioni di alto livello (Calcutta, Fiorino, Edipo) esce Tu sei pazza, il nuovo disco di Filippo Dr. Panico. Dieci canzoni che il cantautore lucano dichiara scritte da ubriaco di vodka e incise cercando di replicare lo stesso stato etilico.

Si parla per lo più di relazioni amorose, di solito andate in vacca, con punti fermi collocati nella canzone (non necessariamente d’autore) della tradizione italiana, frullata e triturata e riproposta in modi spesso sorprendenti, e con una grande libertà di linguaggio.

Filippo Dr.Panico traccia per traccia

Il disco si apre con Ci vorrebbe una notte, scritta insieme a Calcutta, che ripete a loop il titolo con forza e insistenza. Se bruciasse la città propone atmosfere tipo anni Sessanta (forse non a caso il titolo sembra citare Massimo Ranieri, mentre il testo si prende la licenza di fare riferimento a Marco Ferradini).

Capirai, capirei ha un’intro piuttosto goliardica, cui fanno seguito evoluzioni parzialmente easy listening, con riferimenti soul. Ogni volta che te ne vai mette in evidenza la chitarra, corre su ritmi veloci, sempre con larghe dosi di ironia e qualche licenza nel testo e nel cantato.

Compari scompari continua sulla stessa linea, di nuovo immersa nello swing. Bravo a parole abbassa ritmi e gioca a costruire trame con la chitarra, sempre con elementi di ironia che costellano il discorso. Tu sei pazza, la title track, ha una struttura morbida, con un consistente giro di basso. Come sai fare tu si aggancia a Cocciante, dispensa particolari hard, esplicitando un filone porno che fa da fil rouge a tutto il disco.

Situazioni in alto mare si conforma a mo’ di ballata sghemba, ricca di contrarietà e di relazioni sbagliate. Dall’ora all’orma chiude il disco su toni soft e notturni, un po’ budoir e un po’ privé di discoteca di provincia.

Forse un po’ prigioniero dei riferimenti vintage e del proprio stesso personaggio, Filippo Dr. Panico esagera la parte parodistica dell’album. A nostro modo di vedere è un errore perché l’atteggiamento finisce per togliere l’attenzione dalla (consistente) originalità dei brani e dalla sostanza del disco.

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