Ginez e il bulbo della ventola, “…canzoni, bottiglie e altre battaglie”: la recensione

ginez e il bulbo della ventola

Si chiama … canzoni, bottiglie e altre battaglie l’esordio su lp di Ginez e il bulbo della ventola. Ginez alla chitarra e voce, Daniele Duchini al basso, Roberto Ascoli alla batteria e Fabio Pollono alla chitarra solista danno prova di un’intensa ricerca e creazione di quel repertorio ormai consolidato che caratterizza il gruppo.

I testi, mai banali o scontati, descrivono storie e avvenimenti in cui i protagonisti raccontano il disincanto, le sconfitte e le vittorie sulla vita di tutti i giorni, in un universo legato al mare, atmosfere notturne alcool e sigarette. Storie di donne, tradimenti e riflessioni sull’esistenza che avvicinano l’ascoltatore ai protagonisti raccontati.

Ginez e il bulbo della ventola traccia per traccia

Le danze si aprono con Cera, ballata caposselliana (ma con influenze anche più antiche e assortite) che in modo gutturale gratta sui fondi di locanda, con chitarra flamenchizzante ad accompagnare.

Il ritmo si alza con Ma ci ripensi, cantata nostalgica che vede ancora il bicchiere fra i protagonisti. Attese invece si fa pensosa e lenta, con qualche nuvoletta all’orizzonte, con qualche riferimento waitsiano qui e là.

L’uomo su misura racconta le spine di un rapporto amoroso in cui lei vuole cambiare lui (succede), questa volta con modi un po’ più gridati e amari.

Più morbida e un po’ più ubriaca Charlie, ballata per incontro da bar, con la chitarra che emerge ancora dai fumi dell’alcol. La Canzone del lamento parla di frustrazioni di origine soprattutto sessuale, in un brano oscuro e tutto di gola.

Anche Zelda, che ha sapori anche più antichi, parla di amori negati, che sembrano uno dei motori sempre in moto nella poetica di Ginez. Piano è letterale, nel senso che ad accompagnare la voce c’è il pianoforte, impegnato in melodie morbide, tra contrasti e “sottili inganni del cuore”.

La festa torna a ritmi più saltellati, anche se più che sentimenti festosi l’impasto del testo sembra trasmettere rabbia e rancori invecchiati. Si torna a toni più morbidi e incerti con Domenica.

L’inizio cesella ancora con la sei corde, in un tango ballato con se stessi. Si chiude in dolceamaro, inevitabilmente, con Ma la Luna, che include anche la tromba.

Nella taverna di Ginez si trova l’alcol, in quantità, le canzoni, i rimpianti, le illusioni, la nostalgia, i ricordi e talvolta l’allegria. Un disco scritto bene, cantato con uno stile caratteristico, che non può lasciare indifferenti.

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