Alessio Alessandra, “Animale sociale”: la recensione

Animale sociale (Rinoscky Records) è il titolo del nuovo album del cantautore siculo/piemontese Alessio Alessandra, un progetto discografico che pone al centro la formula del teatro-canzone: “Le mie canzoni – spiega Alessio – hanno la comune caratteristica di guardare dentro le persone, descrivendone i tratti umani più nascosti, le debolezze, la capacità di essere corrotti, l’inadeguatezza agli schemi e alle aspettative umane, la tendenza a sfuggire all’interiorità per rifugiarsi nella facile gratificazione della materialità. Tutto ciò ci rende degli animali sociali”.

Si autodefinisce "cantropologo”: “scruto me stesso e gli altri, elaboro i comportamenti relazionali tra gli uomini, talvolta di ciò mi indigno, altre volte me ne meraviglio, riconosco che spesso la mia ispirazione trae origine dall’indignazione”.

Alessio Alessandro traccia per traccia

Dopo l'introduzione recitata de Il Cappello, si comincia a ballare con L'albero non c'è: è un waltzer leggero, più mentale che fisico, con un tocco di follia altrettanto leggera.

Si va sull'infernale con Signor Caronte, guidata dal pianoforte in modo allegro e grottesco, più vicino a Capossela che a Paolo Conte. C'è invece la fisarmonica sui passi di Vivo di la (là): se il pezzo precedente raccontava un possibile post portem, qui si parla di nascita e crescita, con l'aiuto della voce di Valeria Graziani.

Stammi a sentire passa a toni più taglienti, a voce bassa e con poca voglia di scherzare: la batteria suona con le spazzole e la chitarra si fa vedere sullo sfondo di un cantato fitto e iroso.

Si rimane su toni notturni con Il mio amico pazzo, concentrata su particolari piccoli, con il fantasma di Capossela che ritorna (ma nei brani precedenti sono transitati anche i Gaber e gli Jannacci).

La marcia della mela marcia rimane cupa per i primi secondi, poi si lancia su una marcetta (appunto) che si apre in maniera progressiva, arrivando quasi a un beat danzereccio e un po' gypsy.

Un po' di Tropici entrano nella ricetta de Il pavone, ritratto in chiaroscuro (più che altro scuro) che finisce per assomigliare a una caricatura. Titolo articolato per Io sono il giusto... giustizia, amicizia, modestia, altra tratteggiatura disegnata su personaggio non apprezzabilissimo, con finale festoso.

Ben 10 euro parla di politica, in termini evidentemente critici, con un sound da retropalco di un jazz club, dove si progettano le cose peggiori. La canzone senza senso abbassa i toni, in un brano con un testo costruito in un loop avvolto su se stesso.

Si sale sul palco con Tino Vitalino, ulteriore ritratto con pianoforte, questa volta ambientato nel lussureggiante mondo dello spettacolo; il brano ha diversi momenti e stacchi teatrali, gestiti in modo cabarettistico ed efficace.

Si chiude in modo malinconico e intenso, con La giustizia dei re, con la narrazione spostata indietro nel tempo.

Alessio Alessandra fornisce un ritratto completo e complesso di se stesso, grazie a un album dai molti gusti differenti, in grado di cambiare aria nello spazio di poche battute, e di fornire idee fresche e divertenti a ogni passo.

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