Giacomo Toni, “Nafta”: la recensione

giacomo toniNafta” si pone l’obbiettivo di rappresentare lo scintillio della provincia contemporanea. L’unica cosa che chiediamo è di dare una possibilità alla musica eterosessuale”. Questa la carta d’intenti del nuovo lavoro discografico di Giacomo Toni, in uscita il 27 ottobre per Brutture Moderne. Cantautore nichilista innamorato dello smog, il difensore dell’etica dei centri massaggi cinesi e l’altra metà del progetto “Gli Scontati” torna sulle scene a un anno di distanza dall’estemporaneo 45 giri pubblicato da L’Amor Mio Non Muore.

Nafta è presentato come un disco maturato con la band durante i live, i viaggi in furgone e che, giorno dopo giorno, somigliava sempre più ai paesaggi e ai personaggi conosciuti da Giacomo nei luoghi in cui è nato e cresciuto, in Romagna, in provincia, entroterra agricolo. Niente infradito, insomma. È un percorso dove l’amore è assente. Girone dopo girone si affronta l’emarginazione, la solitudine, la velocità, la prostituzione, il lavoro, l’insolenza, l’eroina, la polizia, fino alla chiusura, in piano e voce, dove si ritorna al suono classico e si parla, appunto, di assenza di amore, che metaforicamente è applicabile anche alla società, al pericolo del disinteressamento sociale, del nichilismo individualista, che probabilmente oggi riguarda un po’ tutti”.

Giacomo Toni traccia per traccia

Lo strano apre il disco con un pianoforte che suona… strano e con un’atmosfera un po’ big band e un po’ bar di provincia, che è poi dove Toni ci porta con un testo ironico e surreale. Si prosegue con A nessuno, sorretta da un giro robusto di chitarra, in una chiave antiambientalista e probabilmente antiumana, con un cinismo che riverbera anche sul sound rock del pezzo.

Si torna ai ritratti con Cugino Motorio Pasticca, tra strombazzamenti di vario genere e un passo di marcia che non sarebbe dispiaciuto al Tom Waits di Swordfishtrombones. Chinatown si apre con un curioso gne gne gne e con un riferimento a un terzino giapponese (Nagatomo? Sul serio?) tra centri massaggi ambigui e quotazioni in lire, tra San Siro e via Bramante.

Si resta in ambito milanese con Il porco venduto che sono, che inizia piano e che sembra uscita dai pensieri di scorta di Enzo Jannacci. Ho perso la testa opta per il rock and roll, con un po’ di pianoforte alla Jerry Lee Lewis.

Il diavolo marrone parla di vendite sospette, con una musica finto drammatica, che però presto si corrompe e si scompone in rivoli punk. Codone lo sbirro torna in ambiti rockabilly, ma più veloci, in un pezzo concitato e insensato. A sorpresa si chiude con una molto intima Inchiodato a un bar: come un comico alla fine dello spettacolo, Toni si toglie la maschera e si racconta in maniera piuttosto sincera e diretta.

Curioso e stralunato, il disco di Giacomo Toni è decisamente e sempre sopra le righe. Anzi, se ne frega delle righe e segue tracce tutte sue, alla ricerca di un rettilineo pieno di curve. Originale e vitale, con impronte ora italiane, ora americane, ora di tutt’altra provenienza, forse marziane. Una scrittura alcolico-ironica che non può non ubriacare l’ascoltatore.

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