E’ uscito Come stai, il nuovo disco de Il corso delle cose (qui la recensione e lo streaming), band composta da uno, nessuno o centomila membri che ruotano comunque attorno ad Ascanio Ciriaci (che personalmente ho chiamato sei o sette volte “Antonio” in altri articoli. Ma non perché ho sbagliato, cosa che non mi capita mai, bensì proprio perché voglio convincerlo a cambiare nome all’anagrafe).

Il disco si avventura su percorsi cantautorali dettati anche dall’attualità, ma avvolgendoli in una robusta pellicola indie, con qualche nostalgia sonora per i 90s. Abbiamo intervistato Ciriaci, qualunque sia il suo nome di battesimo.

Rispetto al primo disco, quali sono gli elementi su cui hai voluto ribattere e che cosa invece hai cercato di cambiare con Come stai?

Nelle mie canzoni cerco il più possibile di descrivere ciò che mi colpisce e di parlare di cose che mi riguardano direttamente o indirettamente. Parto sempre da questioni e situazioni individuali, a volte personali, ma queste sono spesso determinate dal contesto sociale e politico in cui viviamo, per cui mi risulta difficile scindere la sfera privata dalla dimensione pubblica. Sia nel primo album che nel secondo, quindi, c’è spazio per argomenti diversi e apparentemente lontani tra loro, perché alla base c’è sempre un individuo, c’è il singolo che riflette sulla politica, sulla società o sui suoi sentimenti più personali.

La differenza principale tra i due album sta nel fatto che Domani, il primo lavoro targato Il corso delle cose, era un disco fondamentalmente acustico, che ho realizzato da solo, in totale solitudine, quando ero l’unico elemento fisso del progetto; Come stai è invece un disco suonato da quattro persone, da un gruppo vero e proprio, con chitarre elettriche, basso, batteria, distorsioni e feedback, che mostra ciò che il progetto è diventato nel corso di questi ultimi tre anni.

Il corso delle cose ha sempre avuto un “assetto variabile”, mentre ora si è allargato a “band” con l’ingresso di Lostia e Benedetti. Tuttavia il disco è stato realizzato più dal duo Ciriaci-Vigliotti. Puoi spiegare le esigenze per questo tipo di evoluzione? Si può considerare l’assetto attuale come “definitivo”, almeno per un po’?

L’“assetto variabile” è dovuto alla natura stessa di questo progetto. All’inizio, Il corso delle cose era solo il titolo che diedi a una serata, in cui suonai i miei brani, scritti negli anni precedenti per i vari gruppi di cui avevo fatto parte, in versione acustica e con la partecipazione di altri artisti. Quando iniziai a replicare quel tipo di spettacolo, con collaborazioni e con scalette sempre diverse, Il corso delle cose passò a indicare il nome del progetto, che piano piano divenne il mio unico impegno musicale.

La proposta di registrare il primo album arrivò nel 2011, quando l’unico elemento fisso de Il corso delle cose ero io, nonostante avessi già iniziato a collaborare con Marco Vigliotti (basso), Antonio D’Antuono (chitarra) e Flavio Di Giuseppe (batteria). Dopo l’uscita di Domani, si alternarono diversi tipi di serate: suonavo da solo nei locali più piccoli e insieme agli altri in quelli più grandi, proponendo i pezzi dell’album in versione elettrica.

È proprio in questo periodo, insomma, che Il corso delle cose, in maniera assolutamente naturale, si trasforma in un gruppo vero e proprio ed è con questa formazione che siamo entrati in sala per preparare Come stai, il nuovo album, a cui abbiamo lavorato soprattutto io e Marco. Al termine delle registrazioni, Antonio e Flavio hanno deciso di prendere altre strade; al loro posto, anche in vista dei prossimi impegni dal vivo, sono entrati Tommaso Lostia e Luca Benedetti.

Attualmente, pur condividendo con tutti i membri del gruppo oneri e onori, i titolari del progetto restiamo io e Marco, anche e soprattutto per il lavoro svolto in questi anni, che ci ha portato alla realizzazione di Come stai. Non so dirti se questo sarà il nostro assetto definitivo. Mi auguro di sì, perché sono soddisfatto di come stanno andando le cose in questo periodo. Come dicevo all’inizio, però, mi piace che Il corso delle cose conservi la sua natura di progetto aperto.

Il corso delle cose: esperienze indimenticabili e omaggi all’adolescenza

Come nasce “Il suicidio della ragione”?
“Il suicidio della ragione” e “Fuori di me” sono i due brani dell’album che ho composto insieme a Marco Vigliotti. Per me è stata un’esperienza totalmente nuova, perché ho sempre scritto i miei pezzi in solitudine, come ho fatto per gli altri pezzi presenti su questo nuovo album.
Per “Fuori di me” abbiamo semplicemente unito due mezze canzoni rimaste incompiute, una di Marco e una mia; le due parti si sposavano perfettamente fra loro e, a quel punto, ho aggiunto la melodia vocale e il testo.

Per “Il suicidio della ragione” è andata diversamente: Marco mi ha fatto avere una base della prima parte del pezzo, completa di tutti gli strumenti e con una struttura già ben definita, che aveva registrato in casa, da solo, a cui ho aggiunto la melodia vocale e il testo; in sala, mentre provavamo la canzone, ha tirato fuori un altro giro, da cui è nata la coda strumentale del brano, che abbiamo sviluppato e definito dopo lunghe e travagliate jam.

Per quanto riguarda il testo, “il suicidio della ragione” è una metafora che indica, in generale, l’età matura di ciascun individuo; il tema centrale è quello del confronto tra ciò che si è stati in gioventù e ciò che si è in una fase più matura della vita, ma il brano è anche un omaggio alla mia adolescenza, alle persone con cui l’ho condivisa e alle amicizie di lunga data.

Puoi raccontare la strumentazione principale che hai utilizzato per suonare in questo disco?

La maggior parte dei brani li ho suonati con una Gibson Les Paul Standard e con due diversi amplificatori a valvole; nei pezzi meno aggressivi c’è invece una Gibson ES-165 “Herb Ellis”, una archtop con un suono molto particolare; in alcune canzoni si può sentire anche una Ibanez acustica.

Gli effetti (distorsioni, delay, flanger, ecc.) sono tutti ottenuti con pedali analogici: oltre all’overdrive naturale degli amplificatori, ho utilizzato principalmente un Moog MF Drive, un vecchio Big Muff modificato, un T-Fuzz, un Deluxe Memory Man, un Electric Mistress.

Il tuo primo disco ti ha portato sul palco ad aprire i concerti di Fiumani, Zamboni, Canali, Angela Baraldi. Hai già qualche “appuntamento” di questo tipo e di questo prestigio anche per il nuovo tour?

Sono state delle esperienze indimenticabili. Sono artisti che ho sempre ammirato e seguito con attenzione e aprire i loro concerti è stato innanzitutto un onore, oltre che un piacere. Spero che possano capitare altre occasioni del genere, ma non c’è ancora nulla di stabilito. Stiamo ancora lavorando alle nuove date.