“DIE”, IOSONOUNCANE: la recensione #TraKs

Uscito da pochi giorni, si intitola DIE il nuovo disco di IOSONOUNCANE, uno dei nomi sicuramente più importanti della musica indipendente e sperimentale italiana.

Nel disco hanno suonato una quindicina di persone, non tutti professionisti, spesso con piccole parti di quello che è, a tutti gli effetti, un lavoro cinematografico oltre che musicale.

Tra i musicisti professionisti vanno citati Mariano Congia, chitarra classica e elettrica e supporto tecnico; Serena Locci, voce e cori; il musicista d'avanguardia Paolo Angeli con la chitarra sarda preparata; Alek Hidell, musicista elettronico; due musicisti dei Junkfood, Simone Cavina alle percussioni e Paolo Raineri alla tromba.

Le atmosfere di Tanca appaiono subito estreme: si aprono le storie parallele raccontate dal disco, con un movimento percussivo molto insistente, con l'utilizzo del canto tenorile sardo ma anche della voce in molte altre modalità.

Idee molto più pop (si prenda il monosillabo con pinze, cortesemente) all'interno di Stormi, tra chitarre allegre e aria molto più leggera.

Ancora chitarra acustica ma drastico cambio di elementi per Buio, che non è un brano oscuro in modo particolare, ma che immerge la propria parte strumentale in un bagno di sensazioni molto variegate, ora scintillanti ora di entità mutevole, con cambi di ritmo e di paesaggio.

Il cantato del brano porta con sé qualcosa di molto antico (ci si sente sulle pendici di una tragedia alla moda della Grecia antica) e di meno antico ma comunque non recente, con certe sonorità di colonne sonore cinematografiche anni '60, e certe idee che riportano al progressive italiano degli anni '70.

Altro passaggio di stato per Carne, che con modalità elettroniche e un cantato molto incisivo mette in evidenza il cuore della vicenda e anche il brano più intenso dell'intero album.

Paesaggio apre in modo molto più calmo, su canti a coro e suoni d'organo, che però presto si tramutano in tastiere fantasiose e cosmiche (con qualcosa di crimsoniano che si smuove sullo sfondo). Poi si cambia stanza ed ecco chitarra e fiati.

Il tutto per passare poi a Mandria, che chiude il lavoro su ritmi molto più serrati, su sample e piccole esplosioni elettroniche, di nuovo canto a tenore, movimenti gutturali e corse sotterranee.

L'unico paragone che viene in mente (almeno a me) è quello con il secondo Battisti, quello post Mogol, che cercava, si direbbe anche con disperazione, una via al nuovo, al mai provato, alla neve fresca in cui muovere i passi.

Ma mentre spesso quel Battisti dava l'impressione di non sapere dove dirigersi, lo sforzo di IOSONOUNCANE è molto deciso, determinato, concentrato, consapevole.

Non siamo soliti gridare con leggerezza al capolavoro e non lo facciamo neanche stavolta. Ma di certo questo è uno dei dischi che vale la pena di ascoltare in questo inizio di 2015.

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