Iside, “Anatomia Cristallo”: recensione e streaming

Gli Iside pubblicano il loro disco d’esordio, Anatomia Cristallo (Sony Music Italy). Parlando dell’album, il collettivo commenta: “Affascinati dal cogliere l’essere nella sua totalità, ci muoviamo prima vicini e poi lontani, alla ricerca della migliore analisi possibile, ma un dettaglio ci sfugge sempre e ci spinge a continuare questo studio. Il tempo impiegato nella ricerca diventa infinito, poichè ogni dettaglio è magnifico e ci porta a volerne scovare altri: i cristalli più preziosi sono complessi da sintetizzare.”

Iside è un collettivo composto da Dario, Daniele, Dario e Giorgio, quattro ragazzi di Bergamo uniti da una profonda amicizia. Il loro percorso si unisce in maniera naturale incrociandosi per i corridoi della scuola con la maglia della stessa band rock. “Abbiamo fatto tutto insieme da quel periodo: il primo giro in auto dopo aver preso la patente, la vacanza post-maturità, un sacco di progetti in inglese e altrettanti concerti in posti sgangherati, perché da noi a Bergamo si fa così”, racconta la band.

La loro musica rappresenta la sintesi tra diverse influenze e infiniti scenari, dove ogni componente del gruppo dà il suo contributo. Gli ascolti e gli spunti sono tanti: da Brockhampton, Frank Ocean, Mk Gee, Toro y Moi fino a Flume, Chet Faker e Mura Masa. 

Iside traccia per traccia

Previsioni piuttosto fosche e problemi di calzini quelli raccontati da Gonna (“tanto qui/è sempre una merda”), che apre il disco con un autotune e contrasti emotivi forti.

Più sottili le sonorità, oscillanti e quasi orientali, di Crisi, capace di intensificare gli umori, sostanzialmente portando avanti la paura che lei se ne vada.

Esperimenti con le gomme trovate sotto le suole forniscono immagini vivide a Miopia, che parla anche di tagliarsi le palpebre con il rasoio, ma è una metafora, immersa in un’atmosfera dolce e non troppo splatter, a parte i due episodi menzionati.

Pazzia manda affanculo le angosce e poi si allarga in senso orizzontale e melodico, ma con un po’ di risentimento sullo sfondo.

La breve infarto è probabilmente il pezzo più straniante del disco, con le sue urla in background. L’indagine prosegue con Che mutande hai, che in realtà in definitiva si incentra soprattutto sull’innamoramento.

Cita i Beatles Margherita, che parla della fissa degli zigomi (e anche di sbattere la testa sugli spigoli) e che ha un fraseggio molto fitto in un ambito sempre piuttosto zuccheroso.

Corale e soffusa, ecco poi Alieni, espressione di una relazione quasi simbiotica. Improvvisamente adirata e tiratissima, ecco poi Faccio schifo, che si fa parossistica e urla un po’, pur poi riprendendo modi gentili e timidi. Alla fine il disastro che ha scatenato la crisi era il fatto di aver fatto colare lo smalto sul cuscino.

asimmetrico distorce la voce flirtando con la solitudine e l’autocommiserazione. Breakout indaga sulle origini delle proprie angosce, prima che esploda una strofa sostanzialmente screamo, esplicitando istinti suicidi.

Si recupera la calma con Pastiglia, su ritmi cadenzati e molti contatti carnali, anche se le labbra di lei sono “velenose”. Ecco poi Io ho paura, altra ammissione di sentimenti e di debolezza, con qualche passaggio nel lato oscuro.

Il disco si chiude sulle note di Incantesimi, che insieme alle possibilità di stregoneria femminile mette in evidenza anche qualche problema di igiene casalinga, ancora una volta con modi piuttosto morbidi.

Gli Iside pongono alcuni quesiti. Per esempio: una volta c’erano le boy band, che coniugavano il pop e il racconto di relazioni di solito infelici. E per buona parte dell’album la band bergamasca potrebbe sembrare l’evoluzione naturale di quelle formazioni che ebbero successo planetario. Certo, c’è l’autotune, ci sono alcuni vaffanculo in più, c’è qualche tentativo introspettivo in più, ma di base non siamo molto lontani da lì.

Poi però ogni tanto c’è qualche esplosione imprevista e del tutto particolare, tipo Breakout o Faccio schifo, che pur rimanendo nell’ambito sentimental-depressivo disegnano orizzonti sonori del tutto diversi. Cioè non mi vedo i Backstreet Boys che inseriscono una strofa hardcore nei loro dischi. Chiaramente l’ibridazione con l’emo e i vari esperimenti crossover hanno lasciato segni profondi sul quartetto, che ci mette qualcosa di personale e di intimo, nonché molto impegno visto che i numeri dopo la “v” nella tracklist dell’album rappresentano il numero di take prima di arrivare alla versione definitiva dei brani.

Genere musicale: trap

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