Fuori su tutti i digital store Take Me Where The Light Runs Free, il nuovo singolo del dj e produttore Khrys Kloudz. Il brano cantato in inglese si muove su sonorità elettroniche, tra melodic house e un pizzico di trance. Il risultato è un sound accattivante, ipnotico e che ti fa venir voglia di ballare.
Quando hai capito che Take Me Where The Light Runs Free era davvero finita e non c’era più nulla da aggiungere o togliere?
Credo che per un artista sia sempre difficile stabilire quando un’opera sia realmente finita. Ci sarà sempre quel piccolo dettaglio che vorresti modificare, quell’idea che ti viene in mente o quella sensazione che ti fa pensare che si possa fare ancora qualcosa. A un certo punto, però, bisogna avere la capacità di fermarsi e lasciare che l’opera viva di vita propria.
Per questo brano ho capito che era arrivato il momento di lasciarlo andare quando ho iniziato ad ascoltarlo non più con l’orecchio dell’artista, ma semplicemente come ascoltatore. Sentivo che ogni elemento aveva trovato il proprio spazio e che aggiungere altro avrebbe rischiato di togliere qualcosa alla sua naturalezza.
Quando una produzione riesce a trasmetterti esattamente l’emozione che avevi dentro quando hai iniziato a crearla, per me è quello il momento in cui puoi considerarla davvero finita.
Il titolo Take Me Where The Light Runs Free è arrivato prima o dopo la musica?
È arrivato dopo la musica. Il brano era già abbastanza definito quando è arrivato il titolo, ma in realtà quelle parole descrivevano perfettamente quello che la musica mi trasmetteva.
Take Me Where The Light Runs Free mi ha dato immediatamente l’idea di un viaggio, di un luogo metaforico in cui sentirsi liberi, lontani dai limiti e dalla quotidianità. È diventato quindi non solo il titolo del brano, ma anche una sorta di chiave di lettura dell’intera produzione.
C’è un momento preciso della giornata in cui preferisci produrre musica? Sei più da notte, alba o pomeriggio?
Sicuramente la notte è il momento in cui riesco maggiormente a isolarmi dal resto e a concentrarmi sulla musica. La notte ha un’atmosfera particolare: c’è meno rumore intorno, meno distrazioni e forse anche una maggiore predisposizione all’introspezione. Quando produco cerco proprio quella condizione mentale in cui tutto il resto passa in secondo piano e rimane soltanto la musica.
Detto questo, non ho mai avuto una regola rigida. Quando arriva l’ispirazione, bisogna seguirla, indipendentemente dall’orario.
C’è una canzone, anche molto lontana dalla dance, che avresti voluto produrre tu?
È difficile sceglierne una sola, perché mi considero una persona eclettica e molto curiosa nei miei ascolti musicali. Se dovessi però indicare due brani che mi sarebbe piaciuto particolarmente produrre, direi Cold Little Heart di Michael Kiwanuka e Colors dei Black Pumas.
Sono due brani molto diversi, ma hanno qualcosa che per me è fondamentale: una fortissima identità. Mi affascina il modo in cui riescono a creare atmosfera, groove ed emozione senza avere bisogno di seguire necessariamente i canoni della musica elettronica.
Cold Little Heart, in particolare, mi colpisce per la sua costruzione quasi cinematografica e per quel crescendo che ti porta dentro la canzone poco alla volta. Colors, invece, ha un calore e una componente ritmica che trovo straordinari. In entrambi i casi mi sarebbe piaciuto lavorare soprattutto sulla costruzione dell’atmosfera, più che semplicemente sulla produzione in senso tecnico.
Poi ci sono tantissimi altri brani che fanno parte del mio universo musicale: dai Fleetwood Mac di Dreams, che considero un pezzo senza tempo, fino a sonorità più soul come quelle di Sam Henshaw ed Emeli Sandé, passando anche per progetti più contemporanei come Cruel Youth.
Credo che, alla fine, tutto quello che ascoltiamo rimanga dentro di noi e prima o poi riemerga nella nostra musica, magari in maniera completamente inconsapevole. Per questo non amo troppo mettere dei confini tra i generi: cerco di ascoltare ciò che mi emoziona, e penso che sia proprio questa curiosità ad alimentare anche il mio modo di produrre.
Dopo tanti anni di carriera, c’è ancora qualcosa che ti emoziona come quando hai iniziato a fare il dj?
Assolutamente sì. Forse oggi mi emozionano cose diverse, ma quella sensazione non è mai scomparsa. Quando parte un brano e percepisci la connessione con le persone davanti a te, c’è qualcosa di difficile da spiegare a parole. È un’energia che si crea in quel preciso momento e che non puoi replicare esattamente allo stesso modo.
E poi c’è ancora quella sensazione che provo quando una nuova idea prende forma in studio e improvvisamente tutto comincia a funzionare. Dopo tanti anni, quella scintilla è ancora lì. Ed è probabilmente uno dei motivi per cui continuo a fare questo mestiere con la stessa curiosità.
Se dovessi far ascoltare Take Me Where The Light Runs Free a qualcuno che non conosce affatto la musica elettronica, cosa gli diresti di ascoltare con particolare attenzione?
Gli direi di non cercare necessariamente di capire la musica elettronica, ma semplicemente di lasciarsi trasportare. Gli chiederei di prestare attenzione a come il brano cresce, a come la melodia e la parte ritmica si intrecciano e soprattutto a quello che succede a livello emotivo durante l’ascolto.
Non è necessario conoscere la melodic house o la trance per entrare dentro una canzone. La musica, prima ancora di essere un genere, è emozione. E mi piacerebbe che chi ascolta questo brano potesse viverlo proprio in questo modo, senza preconcetti.
E adesso la domanda più semplice: dove vuoi portarci con la tua prossima musica?
Direi che la prossima musica continuerà il viaggio iniziato con Take Me Where The Light Runs Free, ma ci porterà in una direzione ancora più ampia.
Come anticipavo, questo brano fa parte di una trilogia che ho già definito e che è ormai quasi terminata. Non voglio ancora svelare troppo, soprattutto per quanto riguarda i titoli e quello che succederà nei prossimi capitoli, perché preferisco che sia la musica a raccontarlo.
Posso però dire che il viaggio non finisce qui. Se questo primo capitolo parla di luce, libertà e movimento, i prossimi porteranno con sé nuove atmosfere e nuove emozioni. L’obiettivo rimane sempre lo stesso: creare musica che non si limiti a essere ascoltata, ma che riesca a portare chi ascolta da qualche altra parte.







