Nuova formazione e nuovo disco per i Carneigra: la band ormai storica conserva tra le proprie fila ormai un solo fondatore, Emiliano Nigi, ma con il nuovo trio trova nuova energia e ispirazione e firma A vita bassa.
Dieci panorami differenti su note cantautorali ma non solo, rafforzate da landscape sonori ora intimi ora più rumorosi, con testi per lo più molto ispirati.
Qualche accenno di cantautorato agé e in parte caposseliano (con tutta la genia di antenati che Capossela si porta dietro) all’interno di Piove, che apre il disco ma che utilizza anche le armi classiche del rock, come la chitarra e la batteria.
Armi che tornano buone in Drin Drin, molto più rumorosa: i numi tutelari qui possono sembrare maggiormente i La Crus di qualche epoca fa, ma anche Tom Waits con le valvole più sconquassate.
È un lavorone parla di difficili situazioni di lavoro con un certo grado di leggerezza, stendendo considerazioni che piano piano tendono al tragico su un panorama sonoro che parte da minimalista e termina in noise. “Morire sparando dà ben più decoro che farlo durante il lavoro” è la frase chiave della canzone e, forse, dell’album.
Si prosegue con Lo Zingaro, ballata moderatamente elettrica e molto onirica, a passione crescente. Brucia l’Italia ricorda di nuovo Capossela ma senza inclinazione alla burla, con un passo strascicato come ad accompagnare un carrozzone dall’andamento goffo e imbarazzante. Tipo il Paese che abitiamo, per capirsi.
Amori terrorizzati parla di un’epoca lontana fino a un certo punto, con un notevole lavoro di drumming e, di nuovo, di chitarra. Si passa allo spagnolo con Lhasa, ma è uno spagnolo più dolente che sensuale, vicino a ballate di tristezza e lontananza.
Arriva poi Figli del Re Nano, molto più giocosa, un po’ vaudeville, un po’ jazz band da barcone a ruota, con citazione finale di sigle di telefilm di qualche decennio fa.
Amore se non torni (mi viene la cirrosi) parla di gatti che parlano, orsi bruni, pane secco, con un procedere tra lo ieratico e il cabarettistico. Molto morbida L’Alba con te, con arpeggi acustici e soffici atmosfere che subiscono qualche ispessimento senza mai diventare troppo ruvide.
Va messo in evidenza l’eccellente lavoro della chitarra elettrica perché con testi mai troppo lineari né quadrati si incarica di un lavoro di supporto “verlainiano” o “ribottiano” a fornire robusti background ora melodici ora caotici a una serie di idee sempre più sconvolte.
Un disco molto ricco di sensazioni differenti, di qualità sparse a piene mani, che se fa emergere riferimenti ad altri protagonisti della musica italiana e internazionale comunque non smarrisce mai una propria cifra personale.
