La recensione: “Elec3cities”, Chat Noir

Gli Chat Noir sono un combo nato dodici anni fa come trio jazz acustico che però ha gradualmente integrato nella propria musica elementi elettronici che hanno trovato la propria collocazione.

Il nuovo lavoro degli Chat Noir, cioè del pianista Michele Cavallari, del bassista Luca Fogagnolo e del batterista Giuliano Ferrari, si chiama “Elec3cities” e trae il nome dal fatto che, all’epoca della realizzazione del disco, i componenti del trio si trovavano in tre città differenti.

E’ un disegno molto plastico quello degli Chat Noir, anzi una serie di disegni, a volte a matita, a volte con pastelli, a volte con il carboncino, che va seguito traccia per traccia. Gli elementi base sono facilmente riconoscibili: archi, pianoforte, elettronica, percussioni, ma è il quadro generale a risultare piuttosto nitido.

L’eterno gioco di coniugare sample e suoni analogici riesce in maniera molto elegante. L’analogico in assoluto prevale, ma al digitale restano spazi sufficienti per far valere la propria forza d’impatto e le proprie logiche.

Singolare l’uso della voce umana: non è presente spesso, ma è quasi sempre un elemento distorto del paesaggio, impegnata in operazioni di disturbo, salvo che in rari casi  come per esempio in Avant Buddha, che apre il disco su toni devozionali.Si parte con un movimento all’oscuro di chiara ispirazione orientale, ma l’ambito sonoro può richiamare impostazioni di gruppi come i Massive Attack.

In Chelsea High Line è il pianoforte, contornato dagli archi, a gestire la linea melodica, soprattutto nella prima parte; poi il pezzo accelera. La linea però è sempre più vicina al piano regolato della “canzone” (se così si può dire) che non alle improvvisazioni del jazz.

Ninth, che segue è molto più elettronica delle precedenti, anche se le dosi sono sempre misurate con sapienza. Poi emergono i movimenti di archi e una melodia malinconica prende possesso della scena. In Pearls, le perle si nascondono sotto dissonanze e un breve giro di tastiera.

Si arriva poi a Our Hearts Have Been Bombed: la dichiarazione di partenza contenuta nel titolo è piuttosto impegnativa. Il brano richiama alla mente (per i due o tre che li ricordassero) le atmosfere rese assolutamente non celebri dai canadesi King Cobb Steelie: un arpeggio ritmato e ripetuto nell’introduzione, che poi lascia spazio a una sapiente tessitura di basso. Poi il campione iniziale ritorna e ricostruisce la struttura complessiva del brano.

L’ingresso di Peaceful invece potrebbe appagare i fans di Ludovico Einaudi, se non fosse che batteria e contrabbasso si frappongono, in un dialogo molto fitto. Il crescendo forse è un po’ prevedibile, ma ben eseguito e raggiunge buone intensità.

Radio Show si ricollega a “Our Hearts Have Been Bombed” per suoni e per gli stessi dosaggi di dialogo tra analogico e digitale. La sezione ritmica qui si comporta come se si trattasse di un pezzo rock standard. La chiusura è affidata ad Aspekt, tra pulsazioni lontane e giri di archi molto più prossimi.

Navigando tra i brani ci si accorge dei movimenti ampi del disco, e dei disegni di sabbia sotto la superficie. Ne risulta un lavoro raffinato e di alto livello, curato nei dettagli e anche comunicativo in modo potente. Non è una colonna sonora, ma se lo fosse, sottolineerebbe le scene di un film molto ben riuscito.