1e38a81d-0db8-480a-a9d9-2fc764c19ef9Tre giorni e nove musicisti pressoché sempre nella stessa stanza: così nasce il nuovo disco dei Santo Barbaro, Geografia di un corpo. Un disco che non sarebbe dovuto mai essere, e invece siamo qui a parlarne.

Andiamo per ordine: dopo l’uscita di Navi nel 2012 Pieralberto Valli (voce, chitarra, pianoforte e batteria) e Franco Naddei (synth ed elettronica) decidono che ne hanno abbastanza e chiudono il progetto Santo Barbaro.

Ma poi le canzoni arrivano quasi da sole, così decidono di riprovarci, ma non da soli e per un periodo di lavorazione molto limitato: nove musicisti, in un solo studio, per tre giorni. Il risultato è, per certi versi, sorprendente.

Si parte rapidi e sostenuti con Lacrime di androide, che a dispetto dell’attitudine pop-rock e del titolo fantascientifico, ha un che di CSI soprattutto nel cantato.

Pavlov sottolinea i bassi e ha un passo più rallentato, con un andamento del testo affidato alla ripetizione (che del resto è tra i fondamenti del comportamento pavloviano)

La notevole progressione di Cosmonauta parte da minimal e arriva a poco più che minimal, con un dosaggio sapiente di ingredienti sonori che ne fanno uno dei pezzi migliori del disco.

Molto più acida La necessità di un’isola (che fa aperto riferimento al romanzo La possibilità di un’isola di Houellebecq, che a suo tempo ha ispirato anche Iggy Pop): il brano mantiene un’impressione di unghie che grattano sul vetro per tutta la propria durata.

Zolfo oscura la vallata con il vivo apporto del basso e non potrebbe essere che così, parlando di miniere. Con Corpo non menti si sposta invece il barometro e la pressione sonora aumenta di parecchio: la base è pressoché punk, la sostanza quella di una notevole canzone rock.

Finché c’è vita porta di nuovo a panorami rarefatti, con qualche rimando a un antico Nick Cave e un notevole viluppo di giochi di parole all’interno del testo.

Ora il presente preme di nuovo sull’acceleratore con personalità e determinazione. Ti cammino dentro continua l’alternanza tra pieno e vuoto, con la voce di Valli a dominare la scena.

Tra gli alberi cresce piano basandosi su voce e ritmo, aumentando poco per volta l’intensità del brano. L’ultimo volo nell’oscurità è In memoria di nessuno, cupa chiusa di un disco che non fa dell’oscurità l’unica tinta possibile, ma che certo non ha paura di guardare nel buio.

Ad ascoltarlo di primo acchito, sarebbe molto difficile dire che questo disco sia stato registrato in presa diretta e non pazientemente cesellato nel corso del tempo.

Questo non significa che i musicisti non siano riusciti a catturare la propria spontaneità, al contrario significa che i brani gli si erano scolpiti addosso quando sono entrati in studio. In ogni caso l’esperimento dei Santo Barbaro può dirsi pienamente riuscito.