Si chiama Io non ho finito il nuovo disco di Niccolò Agliardi & The Hills, ovvero l’evoluzione dell’Artista Precedentemente Noto Come Niccolò Agliardi, che ha deciso di costituirsi in band leader insieme a quattro musicisti di chiara professionalità.

Diciamoci la verità: non è una recensione facile. C’è un problema: personalmente cerco sempre, per quanto possibile, di essere onesto e imparziale, di fare il giornalista insomma.

Ma con Niccolò Agliardi è evidente che c’è un piccolo vizio di forma: è stato così gentile da scrivermi l’introduzione del libro con cui sto discretamente martoriando la pazienza (diciamo così) dei lettori di questo blog, cioè “Italia d’autore”, quindi ammetto di essere un po’ di parte. Starà al lettore ascoltare, interpretare e scegliere se ciò che è qui scritto è parziale oppure no.

Io non ho finito apre il disco: si tratta del pezzo che ha fatto da main theme per la serie Braccialetti rossi. Pezzo apertamente pop (non poteva essere diversa da così), ma senza soluzioni cheap.

Volevo perdonarti, almeno non deraglia dai binari della melodia, ma inizia a proporre la faccia “nuova” di Agliardi, ovvero un sound da band, il che non significa necessariamente “rock” band, ma un insieme di svariati elementi e suoni.

Atti mancati, riferimenti freudiani a parte, è una classica ballata melodica ma in crescendo, con apprezzabile finale di chitarra. Soltanto il vero include l’intervento di Emis Killa, su una struttura rock-pop abbastanza accogliente da fare spazio sufficiente anche all’intervento del rapper.

Il piano d’azione si dipana su temi pensosi e su ritmi che alternano percussioni e pianoforte, a offrire contrasti completati anche da qualche escursione di chitarra elettrica e un finale in salita.

E se Ealing (Ti abbraccio da qui) è un medio pop che può far pensare a Niccolò Fabi e a quel tipo di poetica, con L’amante si va un po’ più in là e si riscopre l’antico amore di Agliardi per De Gregori: si parla soprattutto di aromi, non di citazioni vere e proprie, ma l’atmosfera risultante del pezzo è quella propria di un cantautore con l’attrazione verso un pop ben costruito sia nei testi sia nelle sonorità.

Le parole dell’assenza è uno dei pezzi più ricchi di movimento, il che fornisce un contrasto stridente con la stasi de La sentinella, non soltanto perché il pezzo è lento e morbido, ma anche perché la storia raccontata può far pensare a un Tenente Drogo dei nostri giorni, perso nel “suo” deserto dei Tartari.

Tutt’altra l’atmosfera giocosa e simil-reggae di Fino in fondo, che però sul ritornello cambia carattere e si traveste di rock. Chiude Un frammento, accanto alla voce sempre ricca di Mauro Ermanno Giovanardi. Una canzone sulle canzoni, che chiude degnamente un disco che attraversa fasi differenti.

Cambiare per il gusto di cambiare non è sempre un’idea premiante. Però è anche vero che se non cambi in musica puoi essere risucchiato molto presto in piccoli vortici distruttivi che non portano a niente di buono.

Perciò è lodevole la scelta di Agliardi di mettersi in gioco, di incontrare altre sensibilità e professionalità, di rifinire il discorso, di cesellare i dettagli.

Il risultato è un disco che cammina diritto, con ritmi differenti e influenze di varie specie, per quanto riconducibili al recinto del pop-rock d’autore italiano.  A gusto personale, la seconda parte dell’album è la più convincente.

Ma l’impressione complessiva è quella di trovarsi ormai di fronte a un cantautore a tutto tondo, capace di fare tutto, il che è paradossale visto che la premessa era la trasformazione nel leader di una band.

Probabilmente è colpa di una sorta di serendipity: cercando l’appoggio degli altri, Agliardi ha trovato se stesso. O comunque delle ottime canzoni, da cantare in prima persona.