La recensione: “Plymouth”, Saft, Morris, Halvorson, Lightcap, Clever

Uscirà il 7 aprile prossimo “Plymouth“, disco che è il frutto, cresciuto sull’albero dell’improvising jazz, tra Jamie Saft, Joe Morris, Mary Halvorson, Chris Lightcap e Gerald Clever.

I cinque musicisti hanno un curriculum di assoluto rispetto alle spalle: Saft ha partecipato a diversi dischi di John Zorn, Joe Morris è considerato un pilastro della scena “impro” americana, Mary Halvorson, studentessa di Joe Morris, è un astro nascente della chitarra “impro” a livello mondiale, Chris Lightcap al contrabbasso collabora spesso con Marc Ribot e Glen Hansard, mentre la batteria è affidata a Gerald Clever.

“Plymouth” è l’esatta fotografia dell’incontro: i cinque si sono riuniti in sala di registrazione senza niente di scritto e hanno iniziato a improvvisare, senza che nessuno sapesse dove si andava a parare.
Peraltro, benché sia catalogato come “improvising jazz”, il disco è parente più prossimo di certe session psichedeliche à la Grateful Dead, piuttosto che del jazz come lo si intende in modo comune.
I grandi protagonisti del disco sono il piano acustico di Saft filtrato attraverso un Echoplex, nonché il dialogo chitarristico fra Joe Morris e Mary Halvorson, con uso del pedale Whammy Bar. A completare il discorso il basso elettrico hollowbody di Chris Lightcap con pedale fuzz e l’ottima sensibilità ritmica di Gerald Cleaver.

 

Si percorrono molte stazioni ascoltando il disco, senza perdere di vista alcuni fil rouge che sono costituiti dalle sonorità, ma l’impressione è quella di avere in mano un biglietto, ma di non riuscire a leggere in quale destinazione ci porterà.

Ci sono situazioni oniriche, ci sono movimenti meccanici, ci sono distorsioni reiterate e c’è grandissimo spazio per la chitarra, che però non si avventura né in assoli “puri” né in rumoristica in stile noise. Ne vengono sfruttate a volte le opzioni offerte dalla distorsione, altre volte le qualità di potenza, altre volte la capacità di dialogo.

Le tracce del disco, che dura circa un’ora, sono tre: si apre con “Manomet“, che inizia con il piano di Saft che armeggia in modo interlocutorio. Ci sono movimenti liquidi prima di un crescendo molto graduale. I punti di tensione sono spesso sottolineati dalla batteria,  quando entrano le chitarre però lo fanno in modo rumoroso, tra cacofonie e distorsioni.

Cambio deciso di atmosfera per “Plimouth” (con la “i”, per motivi che ignoriamo), che apre sommessa di pianoforte. La chitarra ogni tanto dardeggia cercando di interagire; i due strumenti continuano ad alternarsi in un gioco di chiaroscuro che tesse una tela di colore piuttosto oscuro. La fascia centrale del pezzo risuona di elettricità molto più piena. Le oscurità vengono spazzate via, ma l’inquietudine rimane.

Anche “Standish” si apre con qualche accordo di pianoforte che si muove solitario fra gli echi. Ma anche in questo caso arrivano le chitarre e occupano la scena. Forse questo, che è anche il più lungo del disco, il pezzo più “jazzistico” nel senso pieno del termine. Il finale è tanto improvviso quanto imprevedibile.

L’irrequietezza è sparsa a piene mani dai cinque musicisti che mostrano una capacità di grande coordinamento fra di loro: l’architrave della squadra corre sull’asse Morris-Saft, ma tutti i componenti dimostrano una piena conoscenza dell’ambiente che vanno a occupare. Quello dell’impro è un mondo in espansione che è bene tenere d’occhio, se si apprezzano gli incontri tra jazz e psichedelia.