La recensione: “Royal Bravada”, Royal Bravada

Come i nostri fedeli lettori sanno, abbiamo intervistato qualche tempo fa i Royal Bravada. Ma ora ci siamo: sta per uscire ufficialmente “Royal Bravada“, il prepotente esordio della band originaria di Monza.

Il disco è veloce, suona giovane, ha un deciso appeal e non sfigurerà anche varcati i confini italiani. Ben suonato, mai noioso, corre fino alla fine senza pause ed entusiasmerà gli amanti di band come Strokes e Kasabian.

Pulito e conciso, l’unico vezzo che il disco si concede, di tanto in tanto, è di allungare un po’ i pezzi, quando forse per una riuscita migliore si potrebbero concentrare i minuti.

Royal Bravada è stato registrato al Frequenze Studio (Monza) da Michele Marino Gallina e mixato da Matteo Agosti (Frequenze Studio). È stato masterizzato daGiovanni Versari presso La Maestà Mastering (Forlì). La produzione artistica dell’album è interamente curata dalla band.

Royal Bravada traccia per traccia

Secrets, l’incipit, parte di batteria e ha una linea melodica molto chiara. Ritmo veloce, andamento piuttosto marcato, cantato forse un po’ esile. E già si sente tutto l’armamentario degli ascolti: la canzone può richiamare alla mente Strokes, Kasabian, magari Killers, forse qualcosa dei primi Blur.

Anche Drawing Circles ha un ritmo molto serrato, una chitarra sempre un po’ acida, pause in pieno stile Strokes. Le canzoni sono decise, puntano un obiettivo e lo raggiungono, senza perdere troppo tempo in orpelli di alcun genere.

Sempre veloci e sempre di corsa anche con Thieves Friend, in cui la chitarra osa di più e dimostra una versatilità apprezzabile. In Round the corner è protagonista un giro di basso molto Seventies. Anche il ritmo è più morbido e sinuoso, qui i RB usano i cori e fanno bene.

Con Hold Fast si torna a picchiare (non che si fosse mai smesso), mentre Black Bones, che dava il titolo all’ep precedente, ha un giro iniziale che richiama i Cure, ha atmosfere più vicine all’hard rock e fa intuire anche possibili svolte più complesse per il gruppo.

Darkside Backyards è di un giro più lenta, di molti giri più acustica, prende una pausa dopo il troppo correre. Ma non perde in aggressività rispetto al resto, con cori e chitarra acustica blueseggiante.

Con The Wolf si ritorna in terreno Strokes, ma la chitarra ha anche idee diverse e un po’ più heavy. Arriva poi la cover di Hey boy hey girl, dei Chemical Brothers, resa con tutte le ambiguità dell’originale ma con un mood più rock e forse anche più minaccioso. Chiude Mad dog, veloce e diretta, di nuovo.

Gli ingredienti del disco sono più o meno gli stessi in tutti i pezzi, cambiano i ritmi qui e là, ma sembra evidente come per l’esordio il gruppo non si sia perso in variazioni che potevano risultare fuorvianti. Il carattere della band è quello, prendere o lasciare.

Apprezzabile il lavoro di chitarre, che sorregge ed è sorretto da una sezione ritmica scarna ma robusta. Le basi sono solide: i ragazzi sono capaci di suonare, di scrivere canzoni e di eseguirle nel migliore dei modi. Qualche imperfezione sarà spazzata via dal tempo e dal lavoro.