Quando chiedi a un cantautore italiano qual è il maggiore motivo di emozione nel calcare il palco di Sanremo, nove volte su dieci ti risponde: “Be’, suonare con un’orchestra vera“. Dopodiché, di solito, la usa per suonare “Vattene amore” o giù di lì. C’è anche chi, pur provenendo da un mondo pop-rock, alternativo finché si vuole ma pur sempre lontano da Stravinskij, riesce a fare buon uso dell’orchestra riconducendola nei suoi ambiti di competenza più propri.

Un troppo ampio preambolo per arrivare a un disco che riunisce esperienze in ambito orchestrale di due chitarristi, Bryce Dessner (The National) e Johnny Greenwood (Radiohead), pubblicato nientemeno che da Deutsche Grammophon, una delle etichette più importanti nel panorama classico, la stessa di Von Karajan, Bernstein, Abbado, Thielemann.

Dessner e Greenwood condividono il disco ma hanno lavorato separatamente a composizioni proprie. Forse è questa la critica più seria che si può apporre all’operazione: mettere insieme le composizioni dei due chitarristi senza farli collaborare ha un gusto, diciamo così, artificiale.

Ma Dessner e Greenwood condividono il punto di partenza: non si tratta dei classici parvenu del pop che una volta nella vita vogliono vedere l’effetto che fa suonare con un’orchestra classica. Si tratta di due musicisti educati in ambito classico, che hanno incontrato il successo con la musica popolare senza andare però mai troppo lontano dalle proprie radici. Dessner, del resto, collabora spesso con il Kronos Quartet e con altri musicisti classici.

Il lavoro di Dessner riguarda le prime tre tracce del disco, “St. Carolyn by the sea”, “Lachrimae” e “Raphael”. Le tre suite, tutte oltre i 13 minuti, non vedono quasi mai la chitarra protagonista, come invece sarebbe stato lecito attendersi. Anzi, per lunghi tratti la sei corde non appare proprio, e specialmente nei primi due pezzi sono gli archi a comandare il gioco.

I numerosi cambi di ritmo possono condurre ora a piani cinematografici di ampio respiro, ora a riferimenti barocchi e neoclassici, ora a citazioni della classica contemporanea. Ma non c’è il gusto dello sperimentalismo fine a se stesso, né la ricerca di usare gli strumenti per il gusto di farlo. Al contrario il lavoro è profondamente consapevole e intenso.

Se si vogliono fare paragoni “pop” possono venire alla mente lavori strumentali di Peter Gabriel o di Jon Anderson, se però si sfrondano i medesimi dei numerosi elementi “etno” che Dessner invece non degna nemmeno di uno sguardo.

“St. Carolyn by the sea” nasce dalla suggestione di un episodio di “Big Sur” di Jack Kerouac e si sviluppa con la collaborazione del suo gemello Aaron, anche lui chitarrista nei The National. Le tre partiture sono suonate dalla Filarmonica di Copenhagen, diretta da André de Ridder.

Il lavoro di Johnny Greenwood qui incluso è piuttosto datato: si tratta di sei brani dalla colonna sonora del film del 2007 “There will be blood” (in Italia presentato come “Il petroliere”) con Daniel Day Lewis, che fruttò a Greenwood anche alcuni riconoscimenti piuttosto importanti.

Anche Greenwood, nato violinista, lascia la chitarra di lato nelle sue composizioni. Le sue suite sono più agili rispetto a quelle di Dessner, come è naturale che sia visto che nascono per accompagnare momenti cinematografici ben precisi. Gli archi assurgono a protagonisti anche qui, ma si muovono in foreste sonore forse più variegate, anche se i riferimenti sono tutti interni al mondo classico.

Nel complesso, il disco ha un’atmosfera molto omogenea e non manca di sorprese. Deve incontrare il pubblico giusto, che si può pescare anche tra il pubblico più maturo e consapevole delle due band di riferimento dei due chitarristi/compositori, a patto di non attendersi sonorità alla “Kid A” né cover orchestrali di “Karma Police”. Il disco esce il 3 marzo; qui il video del making of: