Maurizio Carucci, “Respiro”: recensione e streaming

Il suo primo album solista, Respiro, è uscito il primo aprile, ma non scherza affatto Maurizio Carucci. Sei singoli pubblicati prima dell’uscita dell’album, che hanno accompagnato il viaggio dal Piemonte alla Puglia in bicicletta che l’artista genovese, già voce degli Ex-Otago, ha dedicato alla ricerca delle sue origini. 

Dal viaggio è nato un podcast, o forse il contrario, ma poco importa: Vado a trovare mio padre – Vita. Sogno. Viaggio. è un racconto forte e visivo, in nomination nelle categorie Miglior podcast società e Miglior podcast design degli Italian Podcast Awards by Tlon. Pedalare, scrivere, raccontare, sono tutte arti figlie del bisogno di sentire, di sporcarsi le mani, di entrare in contatto. Che sia la natura, se stessi, l’altro, qualcosa di tangibile o semplicemente percepito, magari con il maggior numero possibile di sensi insieme. 

Questo album è tutto ciò che le mie mani, le mie orecchie e i miei occhi hanno raccolto negli
ultimi anni. Ho scritto un album da solo per capire meglio forse chi sono, a che punto mi
trovo e se c’è ancora vita dentro di me.
In questo album ho scritto tutto, senza limiti, senza paure.
Respiro è una possibilità, uno spazio vuoto, un deserto per ridisegnare il paesaggio intorno a
noi, le nostre priorità, i nostri sogni.
Una fessura da cui uscire ogni volta in cui ne sentiamo il bisogno, uscire e tornare, sempre.
Oltre la tridimensionalità e la robotica, più avanti di tutti i computer messi insieme, e di
qualsiasi opera figlia dell’ingegno umano esiste una creatura senza corpo e senza forma che
vive solo se crediamo in lei, se la coinvolgiamo nella nostra esperienza sulla terra.
Portiamocela appresso in ogni momento questa occasione, come fosse un’aura, una porta
immaginaria.
Un respiro.

La sorpresa dell’esordio solista arriva dai suoni, che luccicano e somigliano spesso a momenti di riverbero sul mare, a onde che si infrangono, ad alberi che si muovono al vento. Un viaggio intenso, in cui ogni traccia vive la sua vita ma si incasella in un sistema più grande, dove tutti i pezzi sono necessari per comprendere il sistema che si nasconde alle spalle. 

Maurizio Carucci traccia per traccia

Sarebbe bello esser più liberi / Come bambini con i palloncini / E dirsi a bassa voce / Ti voglio bene

Metà mattina è la prima traccia, ed è il video che accompagna l’uscita del disco. Gesti e parole semplici, che suonano potenti e disarmanti, soprattutto quando sembra che l’ingenuità si sia portata via anche una parte di libertà. Pianoforte e morbidezza, sa di pane caldo e pioggia fuori dalla finestra.

Aspetti un treno che non passerà/ Perché in fondo ci stai bene in questa vita / Fatta di moderazione, di comodità / Ma ti sta mangiando dentro, ti ucciderà

Aumenta il ritmo in Planisfero, entrando a gamba tesa nella dance zone che un po’ sa di comfort e un po’ accompagna riflessioni tutt’altro che confortevoli. Si muovono le gambe e la coscienza che ogni tanto lasciamo sedimentare sul fondo prova a tornare a galla. Siamo tutti uguali? Conta qualcosa raggiungere questo o quel traguardo in questa Terra infinita?

Ho deciso, lascio le parole/ Magari torneremo insieme / O ci ritroveremo soli

Per chi vive di parole  è davvero difficile pensare di poterle abbandonare. Si usano per comunicare con gli altri, ma spesso sono uno strumento per potersi leggere attraverso un cursore che lampeggia o una penna che scorre. Eppure esistono altri modi di raggiungere l’altro: occhi, mani, odori, forme, movenze, desideri. Silenzio. Una malinconica riflessione, intima e accogliente come un nuovo modo di vedere le cose. 

Tutti ci dicono: “Andiamo avanti” / Non riusciamo più a respirarci / Neanche il tempo di sistemarci / Che occupiamo tutti gli spazi

Genova anni ’90 è un tuffo nel passato per noi che ascoltiamo, ma ha tutta l’aria di non esserlo per chi canta e scrive. Io credo nei ricordi dice Carucci, nel loro valore, soprattutto di quelle cose che sono impossibili da rivivere anche se ogni tanto, ingenuamente, ci speriamo ancora. La contrapposizione con un presente che non riesce a comprendere, per mancanza di attenzione o forse di strumenti, lascia un po’ di amaro in bocca, che si porta via un sound trascinante seppur malinconico, ancora. 

Non è necessario sapere sempre chi siamo/ Creature cosmiche, un riccio o un caimano / In mezzo a questi fottuti casini, in mezzo a tutte le crisi

Non abbiamo paura di dirci: “Ti amo”

Lo scintillio di Origini riflette sul senso generale delle radici, sul richiamo che porta a meditare, a camminare, a sentire fluire. E non per capire per forza, ma almeno per provare, per tentare, per provare ad ascoltare l’aria. Sonorità che appassionano e lasciano il marchio di un Maurizio Carucci che è già, di diritto, tra gli artisti riconoscibili.

Perché non è facile trovare un senso / Un senso a questo tempo / Che un po’ ci salva e un po’ ci uccide / Che sembra un videogioco

Giorni nostri è una storia bellissima da raccontare, una vita bellissima da vivere: romantico il testo, il giro di chitarra, il tono di voce e quella voglia di futuro che ancora, a sentirla, emoziona. Un rock romantico che sembra rappresentare l’altra faccia della medaglia dell’artista, che prende solo in parte le distanze dal dalla dance e si stringe nell’abbraccio di qualcuno che sa di casa.

In questo momento di mezzo / Che non odora di futuro / Ho bisogno di volare via

Ritorno al passato resta nel mood della ballad nei suoni, ma spazia nei contenuti nella consapevolezza di vivere un presente che non appartiene. E non è solo nostalgia o falsa speranza, quanto piuttosto un desiderio di possibile e di libertà non solo dichiarata, ma soprattutto sentita. Uno dei pezzi più significativi al primo ascolto, che resta anche addosso grazie a un ritornello semplicemente e coraggiosamente onesto. Scusami se questa vita non mi piace.

Non so stare senza mare / E le montagne / I due estremi del mio essere / Un po’ uomo, un po’ animale

Fauno è un po’ la versione musicale quella creatura connessa agli elementi di madre Terra, che può vivere senza mangiare ma non senza mare e senza montagne. Genovese nel midollo, è una sensazione che accomuna molti artisti e non che sono nati e cresciuti in questa terra estrema, che vede cambiare panorami e atmosfere nel giro di pochi chilometri. Emozionante e significativa, non a caso scelta come prima traccia per segnare il passo solista. 

Io non lo so perché sto bene / Forse è l’aria che respiro / Che passa tra i tuoi capelli / E arriva a me anche nelle estati torride

Quando siete felici fateci caso, diceva quello. E in Sto bene Maurizio Carucci non solo ci fa caso, ma prova anche a motivare il perché di questa sensazione così avvolgente e immotivata se niente niente ti fermi un secondo in più a guardare. Non lo so perché, ma sto bene lo stesso. Anche se un giorno finirà. Chissà.

Di perdersi, di innamorarsi, di stancarsi / Del buio, del vuoto, della povertà / Di perdere l’equilibrio / Di rompere il preservativo

Pauraè un “piacevole” elenco di cose che spaventano un po’ tutti. Il bello è che quasi tutte potrebbero essere scongiurate rimanendo piantati nel presente, dove i timori sono concreti e visibili agli occhi. Dopo l’elenco di Carucci, parte una serie di paure condivisibili e condivise da una serie di voci amiche, mentre la dance prende proprio per la gola. 

Siamo storie che viaggiano a piedi / Che si lascian trasportare dal vento / Bagnare dalla pioggia / Siamo alberi e fiumi uniti

Il compito di chiudere il percorso è affidato a Uniti, morbida e dolcissima, in grado di creare contatto anche se non fisicamente nello stesso luogo con quella persona che sa essere casa. 

Non sempre i pensieri riescono a diventare canzoni così accessibili. Spesso chi ha tanto da dire rischia di fare casino, di creare troppi livelli di lettura e troppi grovigli di intenti. Qui c’è l’intero cosmo rinchiuso dentro piccole cose semplici di ogni giorno. Come un autografo chiesto timidamente, anziché un selfie. Come mettersi a nudo e iniziare a camminare. 

Genere musicale: cantautore

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