Motta, “La musica è finita”: recensione e streaming

Sono passati, in fondo, soltanto sette anni da La fine dei vent’anni di Motta. Ma non sono stati sette anni qualsiasi, per noi e per lui: il cantautore toscano arriva al quarto album, La musica è finita, un paio d’anni dopo Semplice. La copertina si spacca in due, a celebrare un dualismo che si ritroverà anche nelle canzoni. Ma è anche un mondo rovesciato quello che si propone sulla cover, con il riflesso dei palazzi che crescono verso il basso.

Sui social, Motta ha raccontato il disco in questo modo:

“La musica è finita” rappresenta un punto fondamentale nella mia vita e io voglio ricordarmi questa giornata come un momento felice. Mi sento fortunato, perché mi sento libero quando faccio musica, mi ha aiutato a trovare il mio posto nel mondo e per nessun motivo lo voglio lasciare. Queste dieci tracce sono un ennesimo lancio di un sasso in mezzo al mare, ma la libertà di aver scelto il mio mare e di aver la fortuna di condividerlo con voi mi rende una persona fortunatissima. Più vado avanti e più penso sia difficile trovare le parole giuste, sono emozionato come la prima volta, ma questa volta lo voglio urlare fortissimo. Ci vediamo in tour, con queste canzoni che personalmente amo alla follia

Motta traccia per traccia

Il pianoforte di Anime perse apre in modo estremamente malinconico il disco: un racconto “alla Motta” di un personaggio che “tagliava l’anima a mestiere/come poeta e traditore” e di una lei che si nasconde in un pianto e si sveglia in un respiro: un rapporto che non ha bisogno di troppe parole ma che è prigioniero della paura di amare.

Si incomincia ad alzare qualche ritmo con Per non pensarci più, canzone apparentemente menefreghista, ma ben circostanziata nel testo. Problemi di coerenza e rapporto con Roma (“una città che ho già tradito perché non ci sono nato”) alla base di un brano piuttosto ballato e disinvolto, anche un po’ sghembo nel suo modo di procedere. “Fanculo a questa musica/che cerca una ragione/per un dolore in più”.

C’è Willie Peyote a intervenire su Titoli di coda, che assomiglia a una testimonianza di resistenza: “Da qui non ce ne andiamo“. Come al cinema, quando il film è finito ma si rimane ad attendere una scena finale post crediti, che magari neanche c’è. Il film è “scritto e diretto da noi“, perciò vale la pena di rimanere lì fino alla fine. Anche se fuori c’è la fila di nuovi spettatori.

Con qualche risonanza di cantautori antichi (De André in particolare), ecco Alice, che come è noto è il nome della sorella di Motta. Nell’armadio bianco fatto di pensieri di Alice ci sono “troppe poche idee colorate/molti vestiti neri”. Una canzone ricca di contrasti e di dettagli, prima che la voce di Giovanni Truppi arrivi a conciliare gli opposti, con calma, in un recitato finale pieno di sentimento, pur raccontando di mancanze.

Si decolla musicalmente durante lo strumentale Intervallo, che presumibilmente tornerà utile anche durante i live. Già nota anche La musica è finita, title track scura e aggressiva, che si riempie in fretta di vibrazioni. La musica di Motta fa la faccia brutta, come ogni tanto capita nei dischi e soprattutto dal vivo. “Il mondo stacca l’elettricità” mentre si canta sopra le macerie: c’è sempre qualcosa che finisce, anche se ogni fine può essere una rinascita, come l’inciso morbido del pezzo riesce a ricordare.

Ritorna il pianoforte per chiedere Scusa, brano particolarmente intimo che prevede la presenza di Jeremiah Fraites, cofondatore dei Lumineers, ora cittadino italiano e torinese di adozione: la canzone si allunga abbastanza da cambiare forma e da crescere gradualmente. Una gita “al giardino degli aranci” è il preludio di un viaggio lontano, fuori dal tempo, per vedere dove il cielo va a finire, anche se il mondo fa paura.

Motta ci ha preso gusto con i duetti in questo disco e ne consuma uno anche con Ginevra, per celebrare la propria Maledetta voglia di felicità, in un tracciato non troppo tranquillo ma con qualche dolcezza qui e là. La chitarra è inquieta e ribolle, per accompagnare il tentativo di “non perdersi mai più”.

Se non avessi avuto te passa in rassegna ipotesi che non si sono realizzate, mentre percorre i “mercati di Milano” alla ricerca di una calma che non c’è. Una serie di tentativi per il cantautore, che gli amici provano a salvare facendogli bere vino bianco (ardita metafora o espressione di preferenza enologica? Chissà). Cori e sentimenti riempiono un brano di malinconia profonda.

L’ultima canzone della tracklist ufficiale è Quello che ancora non c’è, canzone intima, piena di racconti, di memorie e di emozioni, a proporre un ritratto accompagnato dagli archi. Un altro racconto al femminile, pulsante e ricco, per quello che è forse il brano più appassionato di tutto il disco: “Hai cercato di perderti in quello che ancora non c’è”.

Le canzoni del disco, però, non sono dieci ma undici: c’è spazio per una bonus track, una martellante Per sempre, una ricerca molto indie rock di abbracci che durino “per sempre”, forse per scacciare brutte sensazioni: “E se non ci sarai di me non ci sarà più niente”.

Le amiamo anche noi alla follia, le nuove canzoni di Motta? Lo dirà il tempo, anche perché il nostro non è proprio un cantautore usa e getta. Anzi va digerito con calma, assaporato un po’ per volta e possibilmente visto anche su un palco, per vedere l’effetto che fa.

Il fatto che la musica sia “finita” fa ripensare a La nostra ultima canzone e a quella tentazione di chiudere un cerchio, artisticamente parlando, che si riaffaccia di tanto in tanto durante il percorso. Eppure c’è ancora speranza e voglia nelle canzoni di Francesco, che qui cerca nuovi compagni di strada attraverso qualche duetto particolarmente significativo.

L’impressione, che peraltro lasciava anche Semplice due anni fa, è quella di un uomo e di un cantautore meno arrabbiato, più maturo, più equilibrato o quantomeno più vicino a trovare un equilibrio, senza per questo rinunciare ai tratti più salienti della sua poetica.

Genere musicale: cantautore

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