Ranter’s Groove traccia per traccia
Si parte da I bastardi, strumentale con influenze vaghe e oscillanti, costruito sui movimenti accennati della chitarra ma anche su un ambiente costruito da piccoli suoni e rumori.
L’atteggiamento rimane simile in una subacquea Through the gate, contraddistinta anche da un piccolo sfregare metallico. Molto più cupa e con un recitato ecco poi Ade, passaggio inquieto e orientato verso il basso e verso tonalità drammatiche.
Si torna sul vago con Technological Slavery, una schiavitù che si concretizza in un tessuto vibrante e talvolta disturbante. 1943 Gdansk Tone aumenta con calma e cautela, tra voci sussurrate e tensioni crescenti.
Si torna sull’acquatico con Bobby Beausoleil and the Lucifer’s rising, affetta da movimenti contenuti e gorgoglio continuo. Si viaggia sull’onda dell’eco invece con B-ray vibes, ma la chitarra spezza in due il discorso con pochi e ben determinati interventi.
Si chiude con la tromba che si muove sui panorami diversificati di Your sleep/my wild side, chiusa piuttosto oscura dell’album.
Non è particolarmente camaleontico il disco di Ranter’s Groove, anzi lo si può giudicare piuttosto compatto e coerente dalla prima all’ultima traccia. Ma al di là di questo offre spunti di notevole interesse e un’atmosfera complessiva armoniosa e ben strutturata.

