Tra i nomi più importanti (dell’underground? Della musica indipendente? Della musica italiana e basta?) dell’ultimo periodo ci sono senza dubbio i Bachi da Pietra, che hanno pubblicato da qualche settimana Necroide, il nuovo disco.

Giovanni Succi e Bruno Dorella arrivano al sesto album, come al solito con l’assistenza di Giulio Ragno Favero, che ha registrato e mixato allo Studio Lignum, Villa Del Conte (Padova). Un disco cupo, delirante, liberatorio e catartico, con alcune distinte stimmate di grandezza.

Bachi da Pietra traccia per traccia

Si parte con Black Metal il mio folk, già scelta come video e primo singolo del disco: insieme al “vestito” metal che il duo ha adattato, con proprietà, sulla canzone, si avverte in modo distinto un atteggiamento hip hop del cantato, sia per il ritmo sia per l’attitudine. Insomma la mescolanza è soltanto all’inizio.

Slayer & The Family Stone (giochetto di parole di notevole gusto) esce un po’ dai parametri del metallo più tirato per regalare qualche lustrino a un pezzo che comunque si diverte parecchio con il drumming, con le citazioni di Loretta Goggi, con i cori finali e con un sacco di altre sorprese infilate nella traccia.

Si procede con Fascite Necroide, che apre in due il concetto di metal stesso, per infilarci le mani e tirarne fuori le interiora fumanti. Tarli Mai parte da un giro blues che presto si irrobustisce con le percussioni e si distacca da se stessa con gli echi della voce, per un pezzo che alla fine farà pensare alla psichedelia, ma anche alla Jon Spencer Blues Explosion.

Si cavalca alla grande invece in Voodooviking, con un riffone potente e clamoroso. Apocalinsect passa al vocoder per sottolineare la parte più black e l’attitudine più funk del disco. Scende un po’ la catena con Virus del male, che abbassa un po’ il volume per lasciare emergere il cantato “tirato indietro” e i racconti del testo un po’ alla Paolo Conte (guardacaso, omaggiato da Succi nella sua ultima impresa solista).

Il cuore metal del disco riemerge con brutalità in Feccia rozza, così violenta da sembrare parodistica. Il trittico finale del disco sembra decisamente intitolata alla grande speranza nel futuro: si parte infatti con Cofani funebri, solenne come solo un funerale, con intermezzi curiosi e cori, ad aggiungere enfasi al discorso.

Sepolta viva invece fa riferimento a un universo conforme ai racconti di Poe, con un substrato fortemente blues, qualche idea acida, qualche effluvio di rock marcio. Si chiude con una Danza Macabra che non si riferisce a nessuno dei precedenti sinfonici con lo stesso titolo, ma che butta fuori tutte le scorie rimaste a fine disco.

Un disco difficile da “leggere”, Necroide, perché sono molti gli aspetti che vi confluiscono: i Bachi da Pietra hanno deciso di filtrare le proprie canzoni, poi di buttare via il filtro, poi di metterne un altro, in un viluppo di rimandi che alla fine conduce a qualcosa invece di primitivo, di assolutamente autentico. Ma è nel magma la risposta: bisogna tuffarsi nel vulcano ed emergere con tutte le risposte, così come hanno fatto i Bachi, anche questa volta, senza mediazione e senza compromessi.

Se ti piacciono i Bachi da Pietra assaggia anche: IOSONOUNCANE, “DIE”