Per il momento siamo più o meno alle dimensioni di “sasso nello stagno”, ma se va avanti così ci si può aspettare un bel po’ di più dagli Any Other, che con il primo disco Silently. Quietly. Going Away hanno colpito nel segno e ricevuto molti elogi (qui recensione e streaming). Il trio fa perno su Adele Nigro, ex Lovecats, ma può contare anche sui contributi di Erica Lonardi e Marco Giudici. Li abbiamo intervistati.

Potete raccontare come vi siete incontrati e quando avete capito che potevate suonare insieme?

[Adele] Erica e io ci siamo conosciute al liceo, in un pomeriggio in cui tenevo un cineforum a scuola. Abbiamo capito subito di essere molto affini sia umanamente che musicalmente (infatti abbiamo iniziato molto presto a trovarci a suonare “a caso”, tipo cover di Beatles, Pavement, Weezer). Con Marco l’incontro è avvenuto a Roma perché suonavamo la stessa sera, lui con il suo gruppo e io con il mio vecchio gruppo, ma abbiamo legato molto qui a Milano l’anno scorso. Abbiamo capito che come gruppo funzionavamo soprattutto quando siamo andati a registrare: ci siamo sostenuti molto a vicenda e ci siamo accorti che insieme riusciamo a superare quasi tutte le difficoltà.

Il vostro disco sta già ottenendo ottimi riscontri ed elogi dalla stampa. Qual è la vostra reazione in merito?

È tutto molto strano. Speravamo ovviamente che il disco piacesse e che i riscontri fossero positivi, ma non lo davamo affatto per scontato – o comunque non ci aspettavamo che andasse così tanto bene. Siamo davvero parecchio felici, e questa cosa ci fa venire voglia di migliorare e di dare il massimo per crescere ancora di più da un punto di vista musicale.

Quali sono state le difficoltà maggiori che avete incontrato nel realizzare il disco, se ci sono state?

In realtà è venuto tutto fuori in modo molto spontaneo e immediato, grazie appunto alla bella “chimica” che si è creata tra noi tre. Abbiamo avuto però, in un primo momento, dei problemi con l’arrangiamento di “Gladly Farewell”, perché ci sembrava di non riuscire a rendere il pezzo “credibile” e di non riuscire a dare spazio alle dinamiche. Alla fine però ne siamo venuti a capo con un risultato che ci piaceva, quindi bene anche lì.

Any Other e i cambi di dinamica

Potete raccontare come nasce “Sonnet #4”?

[Adele] Ho scritto “Sonnet #4” quando avevo diciotto anni, e parla appunto di un amore lungo e un po’ sofferto come può essere quando hai diciotto anni. La cosa particolare del pezzo rispetto agli altri è che l’ho suonato per tanto tempo sia con il mio vecchio gruppo che da sola, ma sempre in acustico-chitarra-e-voce. Non mi andava di ribaltarlo completamente perché sia io sia Erica e Marco crediamo che abbia un suo senso già così. Nell’arrangiamento ci siamo preoccupati di sottolineare i cambi di dinamica, perché concorrono in modo significativo a conferire alla canzone il suo tono esplicitamente emotivo.

Potete raccontare la strumentazione principale che avete utilizzato per suonare in questo disco?

[Adele] Ho usato una sola chitarra elettrica per tutto il disco, la mia Fender Jazzmaster Blacktop, lavorando più sugli amplificatori. Ho usato un Fender Twin, un Meazzi e un Gibson (di cui, onestamente, non ricordo i modelli), un Vox AC30 e il mio Fender Blues Junior. Per quanto riguarda l’acustica, ne ho usate due: una Yamaha degli anni ’70 di Marco e la mia Takamine.

[Erica] In studio c’erano due batterie che erano interessanti per cose diverse, quindi le ho unite in una sola, usando la cassa di una e timpano e tom dell’altra. Il rullante me l’aveva prestato un amico perché ancora non avevo gran feeling con il mio (ora lo amo). Ho usato gli stessi hi-hat e ride che mi porto anche quando suoniamo dal vivo (sono i miei piatti storici), due crash che ho trovato in studio che avevano un suono che mi piaceva, il mio vecchio crash (che ora non uso più per suonare live) per registrare Teenage e forse anche 365 Days.

[Marco] Io ho usato il mio Teisco e un Hofner Violin, entrambi di metà anni ’60. Avevamo due o tre amplificatori tra cui scegliere e per tutto il disco alla fine abbiamo tenuto solo la Plexi (Marshall, inizio ’70) tenuta quasi al massimo del volume. Abbiamo messo anche un Fender Rhodes in His Era e quella nota continua che si sente all’inizio di Teenage è il mio Moog Prodigy.

Chi è l’artista indipendente italiano che stimate di più in questo momento e perché?

Ci sentiamo di citare quattro nomi e non solo uno perché queste cose ci escono difficili, ovvero: Flying Vaginas, Pueblo People, Clever Square/Giacomo D’Attorre (il gruppo si è sciolto ma lui grazie a dio continua a suonare, e chissà che un giorno non esca qualcosa di nuovo…) e un gruppo misterioso di Milano che si chiama Gjea. Citiamo questi nomi sia perché hanno “universi di riferimento” del tutto o in parte simili a quelli che abbiamo noi, sia perché ci piacciono i presupposti personali/musicali da cui partono per fare musica.