Recensione: Masai, “Le quarte volte”
[soundcloud url=”https://api.soundcloud.com/playlists/184059135″ params=”color=ff5500&auto_play=false&hide_related=false&show_comments=true&show_user=true&show_reposts=false” width=”100%” height=”100″ iframe=”true” /]

masaiPer la serie “band scoperte da TraKs che hanno fatto carriera” (se non ci credi leggi qui) oggi tocca ai Masai, trio torinese/genovese con ottime dosi di energia e anche una certa ironia amara sparsa per le tracce, che hanno appena pubblicato il primo lp intero, Le quarte volte. Riguardo ai testi, il comunicato stampa si esprime così: “Tutto può diventare il testo di una loro canzone, proprio perché sono ricettivi a tutto tondo: discorsi, stralci di libri, aforismi di grandi pensatori o conversazioni su Skype”.

Con un nome che non fa riferimento all’omonimo popolo africano e con la collaborazione di Mattia Cominotto, che ha registrato e mixato il disco al Greenfog di Genova, la band ha confezionato un disco che si serve per lo più di nomi e cognomi di persona come titoli dei brani, anche perché è da lì che sono stati “rubati”.

Masai traccia per traccia

Si parte da Dalìa, che non spinge troppo sull’acceleratore, anzi risuona quasi serena, almeno rispetto ad altre tracce che nel disco seguiranno; peraltro le esplosioni, sia a livello di testo sia per quanto riguarda la musica, iniziano già a manifestarsi. Heinlein è secca, dura e con un drumming molto robusto e piuttosto evidente. Umberto si incattivisce con il procedere del pezzo, con una certa sensazione post grunge che si concretizza nelle sonorità.

Huxley si presenta piuttosto acida, soprattutto nelle zone di competenza della chitarra, con una tessitura piuttosto fitta e un background molto cupo e quasi stoner. Picchia piuttosto duro anche Jung, con la chitarra che fa un lavoro questa volta tutto sommato semplice, ma il pezzo piano piano si arricchisce di chiaroscuri, con un vibrante apporto del basso.

Cruda ma anche evoluta, a livello di struttura, Charles, che presenta svolazzi quasi psichedelici che si alternano a parti più dure e concrete. PKD apre in maniera molto diretta e in maniera diretta procede, alzando leggermente il volume ma presentandosi come un processo continuo da inizio a fine. Troìa, ha un andamento piuttosto sincopato e sonorità che sembrano parenti del math. Piuttosto rimescolato anche l’andamento di Paolo, con qualche influenza new wave nelle chitarre e uno scheletro ritmico ben costruito.

E se ti viene da pensare qualcosa riguardo al testo e alla citazione di Silvio, ecco, la risposta è sì: si parla di cene eleganti, di sguardi interessati, di agenzie… Il tutto in salsa piuttosto acida c’è il contenuto di alcuni verbali e soprattutto di un ventennio di politica e di meschinità italiana.

E’ con malcelato orgoglio che scopriamo come i Masai abbiano fatto dei passi avanti e abbiano costruito un disco valido, concreto, molto duro nei suoni, deciso quando serve, più sfumato qui e là. Ottima prova d’esordio per il trio.

Se ti piacciono i Masai assaggia anche: CRVDA